Tu vuofall’americano ma si’ nato in Italy!”, canterebbe, Renato Carosonone, se gli si raccontasse quanto sta accadendo in queste ore nella Rete italiana a seguito dell’ordine con il quale la Procura della repubblica di Vallo della Lucania ha imposto a tutti gli internet services provider italiani di impedire ai loro utenti di raggiungere i siti torrentreactor.net e torrents.net, ritenuti responsabili di concorso nel reato di diffusione al pubblico abusiva di film, musica, software e libri.

La vicenda ricorda – molto alla lontana per la verità – il recente caso Megaupload Conspirancy che ha, a lungo, tenuto banco, sui media di mezzo mondo, nei mesi scorsi.

Il quel caso come in questo le major dell’audiovisivo hanno dichiarato guerra a chi permettere il download non autorizzato di contenuti protetti da diritto d’autore e chiesto l’intervento del braccio armato della legge.

Ma le analogie si fermano qui.

Non solo perché la nostrana compagnia della Guardia di Finanza di Agropoli alla quale la Procura della Repubblica ha affidato l’esecuzione del provvedimento non è l’americana FBI scesa in campo per assicurare, per poco, alla galera il patron di  Megaupload o perché i numeri di accessi e di fatturato totalizzati dai due siti appena chiusi al traffico italiano – anche ammesso che siano reali – non hanno niente a che vedere con quelli realizzati da Megaupload, divenuto il tredicesimo sito più visitato al mondo e fonte per i suoi proprietari di oltre 180 milioni di dollari di ricavi ma, soprattutto, per il ruolo giocato dai gestori dei siti in questione e per la natura della loro responsabilità nella circolazione dei contenuti in questione.

Negli Stati Uniti, prima di far scattare l’operazione megaupload e di chiudere il sito, i Giudici hanno accertato che i suoi gestori fingevano di fornire servizi di hosting e indicizzazione di contenuti altrui mentre, in realtà, avevano organizzato un’autentica associazione a delinquere finalizzata alla diffusione abusiva di contenuti coperti da copyright, spingendosi a pagare gli utenti che caricano musica, video e software pirati sui loro server ed a caricare, loro stessi – sotto mentite spoglie – tali contenuti.

In Italia, al contrario, si sta ipotizzando – peraltro, disponendo, sin qui, solo di prove indiziarie – che i gestori dei due siti abbiano concorso nel reato di diffusione al pubblico di materiale coperto da diritto d’autore solo perché fornivano servizi di indicizzazione e linking verso tali contenuti, raccogliendo pubblicità sulle loro pagine.

E’ una condotta completamente diversa da quella rimproverata ai cospiratori americani, una condotta – almeno sin qui – di mera intermediazione di contenuti e, dunque, una condotta lecita fino a prova contraria ovvero fino a quando non emergerà che i gestori di siti intervengono direttamente sui contenuti coperti da diritto d’autore e/o li diffondono sotto la propria “responsabilità editoriale”.

Indicizzare e linkare un contenuto – sebbene illecito – non può implicare la commissione di un reato neppure a titolo di concorso nel reato altrui.

Eppure neppure in una riga del provvedimento con il quale è stato ordinato ai provider italiani di bloccare l’accesso ai siti in questione si ipotizza che i loro gestori abbiano fatto altro rispetto all’indicizzazione ed al linking dei contenuti dei quali si discute.

Seguire questa tesi significa mettere in discussione le dinamiche di funzionamento della Rete ed imboccare la strada della sua rapida chiusura nel nome della – pure sacrosanta – tutela della proprietà intellettuale.

Significa, soprattutto, bloccare l’accesso anche a contenuti ed informazioni lecite per paura che, attraverso gli stessi servizi, siano resi disponibili contenuti illeciti.

Non è questione tecnica di poco conto né una questione da azzeccagarbugli ma un complesso e fondamentale problema di libertà: è più importante garantire l’accesso ad un bit di informazione legittima o precludere l’accesso ad un bit – o anche a più d’uno – d’informazione illegittima?

Ciascuno ha la sua risposta ma non tocca ai giudici pronunciarsi in via definitiva.

E’ compito del legislatore decidere, all’esito di una valutazione politica che, possibilmente, segua un ampio dibattito e la consultazione di tutti gli stakeholders, società civile inclusa.

Un’ altra ragione per la quale dispiace che in Italia si sia scelto di imitare – ancora una volta in salsa all’amatriciana – le politiche di enforcement a stelle e strisce è che la Procura della Repubblica di Vallo della Lucania ha, d’un colpo, trasformato i gestori delle autostrade dell’informazione in sceriffi della Rete, chiedendo loro di “dirigere il traffico”, di controllare le strade attraverso le quali, anche in futuro, i gestori dei due siti, potrebbero renderli accessibili e, in ogni caso, di bloccarne l’accesso dall’Italia.

Non è questo il compito di un gestore della rete autostradale che non può e non deve essere trasformato in sceriffo della Rete a pena, in caso contrario, di trasformare dei soggetti privati che legittimamente agiscono nel nome del profitto in vigilantes dell’informazione e, quindi, talvolta, anche in involontari censori.

Nella proprietà intellettuale c’è il futuro della società dell’informazione ed occorre tutelarla senza riserve ma guai se per farlo si travolgono le garanzie dello Stato di diritto o libertà fondamentali come quella d’informazione.

Ci ritroveremmo in una società forse economicamente ricca ma democraticamente povera come mai prima d’ora.