Molto tempo fa il capitalismo finanziario, che non ama la democrazia, inventò le azioni senza il diritto di voto. Sono trascorsi un po’ di decenni e un partito ha fatto un’invenzione analoga: le tessere senza il diritto di voto. Paradossalmente perché questa invenzione avesse corso nella politica bisognava che nascesse un partito “democratico”. Ed è grazie a questa scintillante innovazione che oggi il sottoscritto non potrà andare a votare alle primarie. Lo so che si infastidiscono assai i burocrati e lo zoccolo duro dei quadri e dei militanti quando sentono sollevare questi problemi. Tutto ciò che turba il loro senso di partito li irrita. Si risentono quando critichi le liste bloccate per il Parlamento. Si risentono quando critichi le liste bloccate per gli organi dirigenti di partito. Si risentono se gli parli di Penati prima che arrivi la magistratura. Così è se gli tocchi le regole di queste primarie. Le regole, le regole.

Già, le regole con le loro deroghe: il codice etico (perché “noi abbiamo un codice etico”) e poi la candidatura degli inquisiti in Parlamento per sottrarli alla legge; il massimo di tre mandati parlamentari per tutti e poi le trenta e passa deroghe per chi è meno uguale. Fastidio per quel che può incrinare la quiete collettiva. Bisogna capirli. Molti vengono da tradizioni che in nome del partito hanno ingoiato la mafia (la Dc) o i carri armati sovietici (il Pci). E le culture sono vischiose, mica evaporano in una generazione. Figurarsi che reattività possono avere rispetto al minuscolo problema del diritto di voto collegato alla tessera, sia pure del loro partito. Certo se avessi votato al primo turno avrei potuto farlo anche oggi. Ma al primo turno non ho votato. È vero che ero impegnato a Genova in un incontro (guarda un po’) su donne e lotta alla mafia. Ma avrei potuto votare a Milano di prima mattina. Se non l’ho fatto è stato per un motivo più profondo e sofferto: una protesta, davanti alla mia coscienza soprattutto, contro i programmi dei candidati alle primarie, che non avevano dato spazio alcuno (o avevano dato spazio marginale) a mafia, camorra e ‘ndrangheta, ovvero a uno dei maggiori problemi nazionali, che per quanti drammi e guai produca alla democrazia e all’economia del Paese proprio non riesce a sfondare nelle agende della politica. Insomma: non disinteresse politico ma tentativo di denuncia civile. Poi, per scrupolo e per costume, ho deciso di votare al ballottaggio, mai immaginando che questo fosse precluso a chi ha la tessera del partito. Dirò la verità: pensavo ingenuamente che il dibattito sulle esclusioni riguardasse gli esterni, visto che mai, ma proprio mai, nel dibattito decennale sulle primarie si era messo in dubbio che vi potessero partecipare gli iscritti ai partiti interessati. Da dove, se no, bisognerebbe partire? Quale dovrebbe essere la base irrinunciabile della decisione? Invece non è così. E qui, precisamente qui, sta la lesione di democrazia prodotta dalle famose “regole”. Perché diversamente dalle azioni di una società petrolifera, la tessera non dà degli utili, dà solo un diritto di partecipare alle scelte del partito. Per questo è preziosa. E d’altronde quando la ricevi nessuno si azzarda a precisare che quel diritto potrà esserti confiscato o regolato a piacere da un gruppo di saggi o di burocrati. Poiché se quell’unico, fondamentale diritto è sotto condizione anche la tessera diventa carta senza valore, moneta falsa. Esattamente (lo facciamo questo esempio?) come sarebbe carta straccia una cittadinanza che non mi garantisse il diritto di voto, e lo rimettesse all’arbitrio di qualche commissione nominata dal prefetto della mia città.

Così che alle prossime elezioni amministrative io possa essere impedito di partecipare al ballottaggio per il sindaco se non ho partecipato al primo turno. O possa essere sottoposto a interrogatorio sulle ragioni per cui non sono andato a votare, violando anche la mia privacy. Se ciò accadesse, che cosa direbbe un dirigente o quadro del Pd? Direbbe che è una follia, che è un sopruso indicibile, che non esiste cittadinanza senza diritto di voto, da esercitare liberamente. E se il prefetto rispondesse che c’è una “regola” che va rispettata (“ma lei non è per la legalità?”) e che non ammette favoritismi, non gli si darebbe del dittatorello, tra l’iracondo e il mitico pernacchio? Ecco, forse quel che i saggi o i burocrati o i giovanotti che infastiditi strapazzano al telefono chi chiede chiarimenti proprio non capiscono è che la tessera di un partito rende cittadini di quel partito. Purtroppo dubito molto che abbiano gli strumenti culturali per capirlo. Se no avrebbero colto immediatamente il monstrum che hanno prodotto. Pari all’altro monstrum, quello delle liste bloccate. Che ci ripresenteranno come niente fosse per le politiche. Già.

Una volta c’erano l’elettorato passivo e l’elettorato attivo. Ora l’elettorato passivo l’hanno abolito. Con quello attivo hanno incominciato. E l’evoluzione della specie, bellezza.

Il Fatto Quotidiano, 2 dicembre 2012