Ha aspettato il pomeriggio dell’ultimo giorno utile, facendo nascere la speranza che non sarebbe stato posto, per una volta, un ulteriore ostacolo alle coppie italiane che devono ricorrere alla procreazione assistita per avere un figlio. E invece alla fine il Governo ha chiesto ieri, 28 novembre, il riesame presso la Grande Chambre della sentenza emessa dalla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo lo scorso 28 agosto, in cui aveva bocciato la legge 40 sulla procreazione assistita. La questione riguardava una coppia fertile ma portatrice sana di fibrosi cistica, cui non era stato consentito di accedere alla diagnosi preimpianto sugli embrioni. La legge infatti consente la procreazione assistita solo alle coppie infertili, o fertili ma portatrici di hiv ed epatite.

Secondo i giudici di Strasburgo, il sistema legislativo italiano in materia di diagnosi preimpianto degli embrioni infatti é incoerente, in quanto allo stesso tempo un’altra legge dello Stato, cioè la l.194 sull’aborto, permette alla coppia di accedere a un aborto terapeutico nel caso in cui il feto sia trovato affetto da fibrosi cistica. Un ragionamento che però ha subito scatenato le ire del mondo cattolico, come ha dimostrato anche la battaglia del quotidiano Avvenire, che settimanalmente in questi tre mesi é intervenuto a sostegno del ricorso a Strasburgo. La tesi degli esponenti cattolici é che così si fa dell’eugenetica e che non vi sarebbe alcuna incoerenza tra legge 40 e la 194, perché in Italia la possibilità della donna di abortire non é nella 194 un diritto in sé, bensì la deroga al principio della protezione della vita prenatale.

Palazzo Chigi però ufficialmente ha spiegato, in una nota diffusa ieri, che la decisione di presentare la domanda di rinvio alla Grande Chambre della Corte Europea per i Diritti dell’Uomo “si fonda sulla necessità di salvaguardare l’integrità e la validità del sistema giudiziario nazionale, e non riguarda il merito delle scelte normative adottate dal Parlamento né eventuali nuovi interventi legislativi”. In altre parole si contesta il fatto che l’istanza originaria “è stata avanzata direttamente alla Corte europea per i diritti dell’uomo senza avere prima esperito – come richiede la Convenzione – tutte le vie di ricorso interne e senza tenere nella necessaria considerazione il margine di apprezzamento che ogni Stato conserva nell’adottare la propria legislazione, soprattutto rispetto a criteri di coerenza interni allo stesso ordinamento”. Una tesi questa sostenuta anche da vari esponenti del mondo cattolico, come Eugenia Roccella e Rocco Buttiglione, secondo cui “il Governo é tenuto a difendere in sede europea gli atti della Repubblica italiana”.

Non la pensano così invece Pd, Radicali, Idv e Fli. “Molti di noi – ha detto Livia Turco – avevano chiesto al governo di venire a spiegare in Parlamento le ragioni di un’eventuale decisione in questo senso. Mi dispiace molto che il governo, invece, non abbia sentito il dovere di farlo, scegliendo in modo clandestino di presentare ricorso”. Di “fatto gravissimo” ha parlato il senatore del Pd Ignazio Marino, sottolineando come “sarebbe sorprendente che un governo tecnico ed europeista in economia non fosse altrettanto tecnico ed europeista, quando ci sono da tutelare i diritti e la salute delle persone e anzi agisca in danno dei cittadini più poveri che si vedranno discriminati nel loro desiderio di maternità e paternità, mentre i più ricchi potranno rivolgersi alle cliniche per l’infertilità degli altri Paesi europei”. Ancora più dura Filomea Gallo, segretario dell’Associazione Luca Coscioni, secondo cui il ricorso rappresenta un “tentativo disperato di salvare l’insalvabile: ovvero una legge 40 che 19 decisioni italiane ed europee stanno smantellando, perché incostituzionale ed ideologica. Effettuare una diagnosi pre-impianto consente di evitare un aborto e mettere al mondo un figlio che non soffre. Mi chiedo – conclude – come questo Governo non abbia agito mosso da questi pensieri di rispetto del diritto della salute e abbia invece operato contro i cittadini italiani. Può ancora riparare al danno: chiedo al ministro della salute Balduzzi di emanare un decreto che estenda anche a queste coppie il concetto d’infecondità, come già previsto nelle attuali linee guida sulla L.40, che consentono anche all’uomo fertile portatore di HIV di accedere alla fecondazione”.