La giunta Pisapia ha deciso di rinnovare il Museo del Castello Sforzesco. I lavori dureranno fino al 2014 e costeranno 6 milioni di euro, donati da Cariplo. Si può discutere sul merito delle scelte museografiche, e ci si può chiedere se il patrimonio artistico milanese non avesse altre priorità: ma va lodata la rara scelta di investire sul patrimonio stabile e non sugli eventi.

I dubbi sorgono, invece, a proposito del risvolto spettacolare dell’operazione. Siccome la Pietà Rondanini – l’abbozzo che imprigiona l’ultima scultura di Michelangelo – non sarà visibile per alcuni mesi, l’assessore alla cultura, Stefano Boeri, ha deciso di esporla prima nella cappella del carcere di San Vittore, poi al Palazzo di Giustizia. La Pietà fu comprata nel 1952, con una pubblica sottoscrizione: non è dunque privo di senso che essa ritrovi oggi la sua dimensione civile.

E se l’arte del passato serve a farci pensare alla condizione delle carceri, o a farci riflettere sulla morte (in una parola: a essere più umani) non è forse un bene? Sono forti la suggestione e il fascino dell’idea di ricollegare il dolore annichilente della Pietà al dolore senza redenzione che si stende sulle nostre carceri inumane. Ma è giusto lasciarsi sedurre da questa (virtuosa) retorica? Boeri percorre il mainstream della cosiddetta valorizzazione del patrimonio: prende un ‘capolavoro’ di un mostro sacro della storia dell’arte e lo sposta fisicamente e temporaneamente, mettendolo al centro di un’operazione mediatica. Certo, il fatto che il fine non siano il marketing e il denaro, ma la crescita civile fa un’enorme differenza. Ma è abbastanza?

Il sindaco Matteo Renzi e l’organizzatore di mostre Marco Goldin giustificano il loro abuso dell’arte del passato dicendo che questo abuso ‘emoziona’ il pubblico. Non è che anche Boeri e i suoi consiglieri sono così prigionieri del presente da non sapere trovare un’altra lingua? Siamo condannati a dover scegliere tra un narcisismo commerciale e un narcisismo edificante? E ha senso che un assessore pianifichi una sorta di emozione collettiva? Credo di no.

Credo che in questi tempi bui le pubbliche autorità non debbano compiere gesti enfatici, ma aumentare e diffondere la conoscenza. La vera rivoluzione, la vera educazione è permettere ai milanesi di conoscere il patrimonio diffuso di Milano, non concentrarsi sul solito feticcio. I valori più preziosi sono il rigore della conoscenza storica, la lettura del contesto, la coscienza della perdita del passato: tutte cose assai più liberanti che non le attualizzazioni enfatiche. È la conoscenza critica del passato a farci adulti e maturi, non la sua lettura emotiva.

Senza contare l’effetto emulazione: se Renzi vorrà portare il David allo stadio per celebrare l’attività fisica, e De Magistris vorrà usare la Flagellazione di Caravaggio per denunciare il martirio di Scampia, cosa diremo? Un simile uso retorico dell’arte del passato non rischia di giovare soprattutto a chi lo fa, e di essere la versione politically correct del marketing che massacra ogni giorno lo stesso, ristrettissimo, club di celeberrimi artisti? Non sarebbe meglio portare a San Vittore un’opera del nostro tempo: non so, la Pietà di Bill Viola (cioè il suo video Emergence)? Se la giunta di Milano vuole rimettere la vita atroce delle carceri in comunione con la vita materiale e intellettuale della comunità ha mille modi per farlo coinvolgendo i detenuti come soggetti, invece che usare il carcere come sfondo passivo per l’ostensione solitaria di un capolavoro mancato.

Come si vede, esistono ottime ragioni sia per approvare, sia per disapprovare l’idea di portare la Pietà di Michelangelo a San Vittore. Forse sarebbe saggio rinunciare a questa ennesima spettacolarizzazione, per quanto a fin di bene, del nostro patrimonio artistico: in questo momento non abbiamo bisogno di sogni o di spettacoli, ma di strumenti per comprendere, e possibilmente cambiare, la realtà.

Il Fatto Quotidiano, 28 Novembre 2012