Casa, lavoro, rimborsi per la ricostruzione. Erano più di mille i manifestanti, i terremotati della bassa modenese che hanno sfilato lungo le strade di Mirandola per ricordare al governo “quale dovrebbe essere il suo ruolo in un paese civile: occuparsi dei cittadini”. Rispondere con i fatti a quelle promesse “reiterate da maggio” ma che, nel concreto, “non hanno avuto ancora un seguito”. Sei mesi e 80 ordinanze dopo, spiega Sisma.12, l’associazione che ha organizzato la manifestazione “la ricostruzione, quella vera, non è ancora partita”. Chi ha riedificato “l’ha fatto con i propri soldi, perché se lo poteva permettere – racconta Sandro Romagnoli, coordinatore di Sisma.12 – tutti gli altri ancora aspettano”.

Attendono che le banche eroghino i contributi annunciati dal Commissario straordinario per la ricostruzione Vasco Errani, quelli che dovevano “arrivare a giorni” ma che i terremotati non hanno ancora visto. “Le banche – continua Romagnoli – non hanno nemmeno iniziato a versare i rimborsi e non per una questione di liquidità, ma perché non hanno ancora ricevuto indicazioni chiare in relazione alle modalità con cui erogarli”. Il problema, criticano i manifestanti, è che “è tutto poco chiaro”. “Non abbiamo nemmeno visto quei rimborsi che ci avevano promesso per gestire i primi giorni dopo il terremoto, i cosiddetti Cas”. Il contributo per l’autonoma sistemazione, 100 euro al mese per cittadino, fino a un massimo di 600 euro a nucleo familiare, era stato introdotto per coloro che, non volendo gravare sul sistema pubblico, avevano provveduto autonomamente a sistemarsi e gestire l’emergenza. “Pochi giorni fa – continua Romagnoli – ci hanno versato il Cas per giugno e luglio. Ma per gli altri mesi?”.

E se i sussidi non arrivano, a gravare sulle spalle di chi vive nel ‘cratere’ c’è anche il problema relativo al lavoro. 12.000 emiliani sono ancora in cassa integrazione, l’area ha subito un calo produttivo e di fatturato stimato attorno al 25-30% e persino chi un’occupazione ce l’ha ancora, come i dipendenti pubblici che in questi mesi hanno prestato servizio per rispondere all’emergenza, fornendo assistenza nei campi e alla popolazione, non è esente dai problemi economici. Si calcolano, complessivamente, 2.500 ore di lavoro perse e 40.000 di straordinari non pagati. Così come non sono stati retribuiti gli incentivi previsti dal contratto in caso di attività lavorativa in condizioni di disagio.

La legge Tremonti, del resto, stabilisce che i dipendenti pubblici non possono percepire una retribuzione annuale superiore a quella percepita nell’anno precedente. Anche se, nel caso dell’Emilia, a poche ore dal primo sisma nelle città si lavorava già ininterrottamente per allestire punti informativi dove fornire risposte a una popolazione “traumatizzata”, per raccogliere viveri e beni di prima necessità, per organizzare, con i vigili del fuoco, i primi sopralluoghi nelle case e nelle imprese. Anche in questo caso, “servirebbe un intervento del governo, locale e nazionale”.

Ciò che gli emiliani chiedono, ciò di cui “abbiamo immediato bisogno è lo stesso trattamento riservato agli altri territori colpiti da calamità naturali”: un rimborso che copra il 100% dei danni subiti in seguito al sisma, “e non l’80%, che poi alla fine è sempre meno, e in più bisogna superare i disagi causati dal Mude”, il sistema che deve essere compilato dai tecnici per avere i contributi per la ricostruzione, e una proroga di 12 mesi per gli adempimenti fiscali. “Pretendono da noi il versamento delle tasse quando ci troviamo senza casa o senza lavoro, in difficoltà persino a sostentarci, dopo averci concesso una proroga di appena 3 o 4 mesi. Negli altri territori colpiti da catastrofe naturale, però, si aspettava almeno un anno”.

Quindi, “non chiediamo un trattamento privilegiato” ma solo “ciò che spetta a tutti”. E qualora lo Stato dovesse insistere sulla linea adottata fino ad oggi, “le tasse vanno pagate”, gli emiliani sono pronti a una risposta decisa: lo sciopero fiscale. “Saremo costretti a fare questa mossa – spiega Romagnoli – perché quella proroga davvero ci serve e se lo Stato insisterà a pretendere subito i versamenti vorrà dire che sarà crollato completamente il suo rapporto di mutualità con i cittadini. In parole povere: se lo Stato non aiuta i cittadini, che ci sta a fare?”.

Il problema riguarda le case, ma anche le aziende. ”La nostra area si desertificherà per quanto riguarda le ditte. Molte di fatto hanno già iniziato a delocalizzare” e se la risposta alle domande sollevate dai manifestanti non sarà “veloce, anzi immediata” il rischio “è perdere tutto”. Non risparmiano una stoccata alle istituzioni locali i mille che hanno marciato per una Mirandola ancora polverosa, dove lo skyline è affollato di gru al lavoro. “I sindaci devono essere meno timidi nell’esigere risposte da Monti perché dopo le parole del sottosegretario alla presidenza del consiglio, Antonio Catricalà, è chiara qual è la linea che si vuole percorrere”.

Quella tratteggiata dal decreto amministrativo numero 59, “una legge che sostiene che i cittadini devono assicurare il proprio patrimonio immobiliare attraverso privati”. Un percorso tortuoso se si considera che molti emiliani, in questi mesi, si sono rivolti alle assicurazioni per tutelare gli immobili sani, o superstiti, senza esito, “quando non ci veniva sbattuta la porta in faccia”. Polizze altissime o rifiuti sono le possibilità offerte a chi, in un territorio a rischio calamità, decidesse ti tentare la strada assicurativa. “Serve lo Stato, anche in questo caso” conclude Romagnoli.

“Siamo stanchi delle promesse, l’Emilia è ancora scossa, datevi una mossa”, hanno gridato i mille, riassumendo in pochi slogan sei mesi di esasperazione, paura e tensione, “lo Stato deve intervenire, altrimenti ci penseremo noi”.