Il Senato ha affossato l’articolo1 della cosiddetta legge sulla diffamazione, diventata ormai una legge “Manetta” contro i cronisti. La Destradel conflitto di interessi, divisa e rissosa, travolta dalle proteste di editori e giornalisti, non ha avuto neppure il coraggio di entrare in aula, non ha partecipato al voto, divisa tra chi voleva una legge ad personam, per Sallusti, e chi, forse ancora più numerosi, voleva invece regolare i conti con il medesimo Sallusti. In un caso e nell’altro fedeli nei secoli alla logica del conflitto di interessi e delle norme pro o contro amici e nemici.

Si poteva fare diversamente? Forse si, abrogando il carcere per questo tipo di reati, tutelando meglio il diffamato attraverso un uso più rigoroso della rettifica, introducendo il Giurì per la lealtà della informazione, stroncando il malcostume delle “querele temerarie” scagliate come bombe molotov per intimidire i cronisti specie quelli che indagano su malaffare, mafie e camorre.

Questo, tuttavia, avrebbe richiesto, un altro Parlamento, senza quel partito trasversale del rancore che ha in mente sempre e soltanto i bavagli. Dal momento che questo è il contesto, sarà il caso che tutti la smettano di sollecitare modifiche ad un testo inemendabile.
Quella legge deve ora tornare in commissione, essere rinchiusa in un cassetto e la chiave, possibilmente, dovrà essere buttata dentro le acque del Tevere.

Un grazie, infine, a tutti quei giornali, tra questi Il Fatto, a quelle associazioni professionali e sindacali, e a quei cittadini che, anche in questa occasione, non si sono mai rassegnati e hanno continuato a gridare ” No Bavaglio”, sempre, comunque e di qualsiasi colore.