Lo so. A molti sembrerà un  ‘parlare di altro’. I disoccupati crescono, i precari pure e gli studenti sono in piazza.

Ma la storia di S.Q. (e dei tanti come lui) è troppo assurda per non raccontarla. S.Q., lo chiamerò così per convenzione, è uno degli ‘esodati non salvaguardati’ (c’è esodato ed esodato, siamo in italia): loro sono più di duecentomila, poco più dell’uno per cento di chi lavora in Italia. Del resto, qui siamo, con la Russia, il paese di più antica e barocca burocrazia. Esodato e non salvaguardato. Insomma: un po’ come ‘precario non stabilizzato’. L’incertezza del diritto al lavoro, in carne e ossa.

Parliamo di un cittadino (adulto) in attesa di giudizio sul futuro, cioé sulla pensione. “Sono un cittadino irrisolto, non sto da nessuna parte, né dentro né fuori il lavoro. Aspetto”, dice di sé S.Q.

La sua storia recente è un incubo. S.Q. è un ‘ex’ quadro dirigente di una grande azienda di Stato, una di quelle che milioni di italiani frequentano ogni giorno. Da giovane voleva fare il letterato ma era figlio di operai e a metà degli anni 70 vinse il concorso, lasciò il suo posto da assistente universitario dove, se avesse avuto una famiglia agiata alle spalle, avrebbe fatto il precario per dieci anni e andò al nord per campare la famiglia.

Ora, lui stesso suggerisce la sua parte in questa commedia all’italiana: “Io sono un’anima morta, cacciato in questo purgatorio “. SQ vive e lotta con i suoi gogoliani e danteschi compagni di sventura.

S.Q. ha letto molto e sa che, al contrario della Russia di Gogol e degli Zar, in Italia quasi niente finisce in tragedia ma tutto scivola nel melodramma.

Breve scheda: S.Q. ha 58 anni. E quasi 38 di contributi versati. Maturerà il diritto alla pensione nel 2014. Il suo melo-dramma? Nel giugno 2011, S.Q. ha firmato con la sua azienda un accordo individuale. Si chiama ‘esodo incentivato’. Nessun regalo: quelli come S.Q., le aziende cercano di spingerli gentilmente verso l’uscita e non c’è nulla di biblico nelle loro storie. Prima gli levano i premi di produzione che fanno stipendio. E poi prendono a convocarli a Roma ogni 20 giorni e qualche medio funzionario – come la ‘pittima’, figura grottesca del Sud che ha il ruolo di ricordare alle vittime le rate degli usurai, facendo l’amico – gli suggerisce: “Vai in pensione, ti conviene…”. Siccome S.Q., funzionario scrupoloso ma letterato, voleva scappare dal suo ufficio per tornare a studiare, alla fine ha ceduto: 37 anni e 10 mesi di contributi, l’azienda gliene dà 2 anni e 2 mesi di incentivo all’esodo.  Totale: 40 anni tondi. Esodo incentivato. S.Q. firma e va via.

Poi, inizia il melo-dramma. Riforma Sacconi, finestra mobile e un altro anno da aspettare, senza stipendio né pensione. Come fare? L’azienda promette a tutti gli S.Q. di questo purgatorio: “Integro io”. Non c’è il tempo. Novembre 2011, via Sacconi e dentro Fornero. Decreto e un altro anno in  più alla pensione. L’esodo si complica. Ora ci sono altri 2 anni e due mesi di buco: 140mila euro da tirare fuori e l’azienda non colma più. Gli S.Q. sono nel limbo a tempo indeterminato? Poi inizia la guerra delle cifre tra ministero e Inps: ma quanti sono questi esodati?

Sono 350mila, ma questo lo sappiamo ora. Solo 60mila tra loro sono ‘salvaguardati’ perché sono tutelati dalla vecchia legge, quella dei 40 anni di contributi versati e ‘salvaguardati’ sono altri 55 mila garantiti da accordi collettivi siglati in vertenze su grandi crisi industriali (Termini Imerese, ad esempio).

Gli altri 235mila circa, proprio quelli come S.Q., sono ‘esodati non salvaguardati’. Cittadini irrisolti. Il governo tecnico si è incartato su di loro: prima sulle cifre, poi sui soldi per coprire le loro pensioni.

Il ministro del lavoro Elsa Fornero ha avuto un braccio di ferro con l’Inps. Ma dice S.Q.: “Le cifre ce le ha sempre avute il ministero”. Perché? “Perché gli accordi individuali siglati sono depositati alla Direzione provinciale del Lavoro, dunque al ministero”. Ma i i soldi? Non ci sono, copertura rinviata alla fine del 2013. “Aspettiamo”, dice S.Q. che, da uomo colto, ammette: “Le pensioni erano da riformare, ma non così!”

Morale? S.Q. esce dal suo melo-dramma e allarga l’obiettivo: “Il problema è il Welfare. Non lo ha inventato il piemontese Don Bosco, ma il tedesco von Bismark che ne ha fatto un sistema rubando le idee ai socialisti dell’800”. Cosa vuol dire? “Che il Welfare non è elemosina ma una cosa seria, non basta come ha fatto Fornero studiare le pensioni in un laboratorio per una vita…sul campo diritti e riforme sono un’altra cosa”. 

Perché? Risponde S.Q.: “Perché ci sono di mezzo le persone. E i loro diritti”.