Sessantasette mila miliardi di dollari, ovvero, trilione più trilione meno, il controvalore ai tassi di cambio ufficiali del prodotto interno lordo del Pianeta. È la misura del sistema bancario ombra, o “shadow banking”, calcolata nell’ultimo rapporto del Financial Stability Board (FSB) di Basilea. Un sistema complesso che comprende l’insieme delle attività di intermediazione creditizia che non rientrano nel circuito tradizionale, e che per sua natura è implicitamente rischioso. Ma anche e soprattutto un sistema in crescita, prima e dopo la crisi. La stessa crisi che questo sistema ha nutrito e della quale oggi, complici gli interventi stessi di stabilizzazione bancaria, continua a nutrirsi. 

E sì, perché nello shadow banking rientra un po’ di tutto. Ci sono i money market funds e i veicoli di investimento speciali, ma anche, in generale, tutta l’attività di cartolarizzazione che ha permesso al mercato dei derivati di crescere in modo abnorme nel corso degli anni. Il meccanismo è noto: mille debitori contraggono un mutuo a basso rischio, altri mille ne sottoscrivono uno a rischio medio, altrettanti stipulano un prestito subprime. I crediti degli istituti vengono scorporati e impacchetti per poi diventare il sottostante (in pratica la garanzia) di migliaia e migliaia di prodotti derivati scambiati fuori dalle borse attraverso i veicoli d’investimento ad hoc del sistema ombra. La leva finanziaria, che si nutre di altri prestiti, moltiplica l’ammontare e la bolla va fuori controllo. Fino a scoppiare innescando la tempesta.  

Non è un caso che nel 2002 il sistema ombra valesse appena, si fa per dire, 26 mila miliardi di biglietti verdi e che nel 2007, all’alba della crisi, la cifra fosse salita a 62 trilioni. Ma l’aspetto più inquietante è in realtà un altro. Dopo il collasso della Lehman e il terremoto finanziario globale, il controvalore dell’intermediazione finanziaria esterna al sistema bancario ha continuato a crescere al ritmo di 1000 miliardi all’anno (metà del Pil italiano). Di fatto si tratta di un paradosso, o per meglio dire, di un paradossale effetto indesiderato delle terapie post crisi. A partire dal 2008, infatti, le autorità di Usa, Regno Unito ed Eurozona (l’Eba in particolare) hanno imposto alle banche maggiori accantonamenti di riserve per prevenire i fallimenti tecnici da scaricare sui contribuenti (come accaduto con le famose “too big to fail”). Solo che, così facendo, hanno esasperato la stretta creditizia imponendo a tutto il sistema la ricerca di nuove forme di finanziamento. Al di fuori dei canali tradizionali.  

È attraverso questo genere di dinamiche che lo shadow banking si sviluppa e prospera con tutto il suo corollario di rischi (sia dal punto di vista dei prodotti trattati sia da quello del controllo, più o meno assente). Ne sanno qualcosa le autorità cinesi che dopo l’apertura del sistema finanziario nazionale (la fine del monopolio della People’s Bank of China) nel 1984, hanno assistito allo sviluppo di un sistema ombra cresciuto proprio allo scopo di compensare le carenze di credito di un comparto che tendeva a favorire le grandi entità tagliando fuori le attività delle piccole e medie imprese. Per questo una miriade di costruttori e aspiranti proprietari di casa ha dovuto rivolgersi al credito informale. Per questo città come Shanghai e Hong Kong hanno conosciuto le loro bolle immobiliari. Quando l’allarme è arrivato ai piani alti delle istituzioni, il governo ha imposto la svolta. Limitando l’accesso al comparto ombra ma abbassando anche i limiti delle riserve di capitale presso le banche (per favorire l’erogazione di credito dai circuiti tradizionali) e provocando in questo modo un’inversione di tendenza nel settore. 

In Europa, come noto, le cose sono andate diversamente. Nel 2005, ha ricordato Bloomberg, lo shadow banking statunitense compensava il 44% dell’ammontare totale del settore nel mondo. Oggi, la quota americana è scesa al 35% grazie allo spostamento delle attività verso l’Europa. Nel 2011, ha riferito il New York Times, il sistema ombra statunitense ammontava a 23 mila miliardi di dollari, più o meno la stessa quota di Eurolandia (22 trilioni). Nel Regno Unito, l’ultimo controvalore accertato è pari a 9 mila miliardi. 

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