Mentre ci si avvia al giro di boa, tre notizie dal Festival di Roma

Prima la cattiva: sabato sera una trentina di persone è rimasta fuori, con regolare biglietto in mano, dalla proiezione di A Walk in the Park di Amos Poe (Teatro Studio, ore 19.15). Avevano, ribadiamo, regolare biglietto, ma qualcosa è andato storto, e per loro il film è saltato: “Siamo all’aeroporto, si fa overbooking?”, una voce nel coro. Ma non è finita. Ressa nel foyer dell’Auditorium, con gli esclusi che reclamavano almeno il rimborso, ma a intervenire non sono state le maschere del Festival, bensì dei poliziotti in borghese. Calca, parapiglia e una signora portata fuori di peso da due agenti: s’è beccata una denuncia per millantato credito…

Prima buona notizia: Michele Placido farà, almeno vorrebbe fare, un film su Marcello Dell’Utri. Al Festival con il polar franco-italiano Il cecchino, il regista scopre le carte: “In Italia ci sono storie più interessanti di Romanzo criminale, pensiamo alla trattativa stato-mafia, di cui non è stato raccontato quasi niente. Io sono pronto a mettermi in gioco, ma anche tra gli autori esiste l’autocensura: siamo timidi, io farei un film su Marcello Dell’Utri, gli americani lo avrebbero già fatto, per capire le motivazioni del suo essere sotto osservazione da parte dei giudici”. Ha anche un messaggio di speranza civile: “Si ritornerà a fare film di denuncia, e lo faranno i giovani: sono più incazzati, noi ci siamo seduti”.

Seconda buona notizia: un film. Meglio, un documentario: Pezzi di Luca Ferrari è la meglio cosa vista finora al Festival capitolino (Prospettive Italia). Producono il regista, Relief e Samuele Pellecchia, distribuisce Vivo Film, siamo al Laurentino 38, quartiere periferico di Roma: il “pezzo”, ovvero la dose di cocaina, è l’unità di misura del tutto, “ossessivamente presente, sempre, in tasca, nella mente e nel sangue”. Ferrari a queste vite spezzate, corrose da criminalità e droga aveva già dedicato un reportage fotografico, ora è tornato con il cinema, per raccogliere testimonianze, aneddoti e confessioni. Fulcro e guida è Massimo, detto er Pantera, che – dice il regista – “gestisce un bar che tutti chiamano ‘bisca’, chi va lì è in cerca di sballo, compagnia e affetto, si parla di carcere, famiglie distrutte, racconti veri e leggende immaginate”. Attorno a lui, che nato in una baracca alla Montagnola ha iniziato a rubare a 5 anni e pippa da fine anni ’80 (un intenditore: la squamata, la pisciadegatto, etc.), ci sono la sua compagna Bianca, che 30 anni prima fu abbandonata dal padre; Stefano, 30 anni, 12 in carcere e una madre malata di cancro; Giuliana, che ogni giorno va sulla tomba del figlio, spacciatore morto in un incidente stradale. Straordinario il finale: Bianca non vuole farsi più riprendere, Massimo s’incazza e la strattona, ma che vuol dire? Crediamo, che nemmeno il cinema è antidoto alla violenza e al dolore endemici al Laurentino e tante altre periferie degradate d’Italia. Luca Ferrari ha avuto il coraggio di ammetterlo.