L’altra sera sono andato in un paese del vicentino a presentare, a un anno e mezzo dall’uscita, il film di Matteo Botrugno e Daniele Coluccini Et in terra pax. C’erano tantissime persone, quasi duecento, in una serata prefestiva di pioggia battente che minacciava alluvione.

E’ stata una ennesima bella esperienza, perché queste persone hanno visto il film in religioso silenzio e poi per quasi un’ora ne hanno parlato e fatto domande. E mentre parlavo con loro, io ritrovavo ancora una volta il senso di un lavoro che si fa anche per queste duecento persone, che evidentemente non abbiamo ancora perduto, come invece sostengono i produttori e i distributori e gli esercenti di Sistema. Io credo che nel cinema, come in tanti altri settori della convivenza di questo nostro incivile paese, si debba ripartire da qui, dalla base più spontaneamente disponibile ad esserci e ad esistere, che pretende in fondo solo attenzione e rispetto.

E’ stato bello, a un certo punto dell’incontro, che queste persone mi abbiano portato ad aprirmi e a raccontare cose che non avevo previsto di raccontare, forse anche perché temevo di trovarmi in territorio ostile a certi discorsi. E invece no, quando ho raccontato che io sto per scelta e con orgoglio ai margini, anche perché sono stato uno dei pochi, che pur avendo prodotto più di sessanta lungometraggi tra cui una trentina di esordi, non ha mai voluto lavorare con le società cinematografiche di Silvio Berlusconi quando Silvio Berlusconi era presidente del Consiglio; anche perché non ho mai voluto cedere a compromessi con Stato e idee,  perché in fondo quello che mi interessa è guardarmi allo specchio e riuscire a sostenere il mio sguardo; anche perché molte volte ho mandato via dal mio ufficio sgangherato persone che mi proponevano finanziamenti apparentemente facili, frutto di conoscenze e tangenti, volendo onorare quella vecchia bandiera rossa del Partito Comunista Italiano che sta sopra la mia testa nel mio ufficio, quella bandiera che troppi di quelli che ancora parlano e contano in questa piccola Italia hanno rinnegato, dimenticando soprattutto le regole etiche e morali che  ha insegnato; ebbene quando ho raccontato tutto questo, quelle persone hanno applaudito calorosamente. E qualcuno si è anche commosso. E molti, dopo l’incontro, sono venuti a dirmi di continuare così.

E’ con questa irrefrenabile spinta che sono tornato a Roma, appunto per continuare così, inseguendo se possibile un cinema migliore, lontano, per fare un esempio, dalle logiche che sono dietro a quel Festival dal tappeto ahimé anch’esso rosso, che ingombra la mia città in questi giorni, voluto a suo tempo da uno, per fare un esempio, che quella vecchia bandiera l’ha pubblicamente rinnegata.