Domenica di sangue a Gaza. Almeno 7 Palestinesi sarebbero stati uccisi e 52 feriti, secondo un primo bilancio, nei bombardamenti israeliani delle ultime ore sulla Striscia. Tra le vittime, a parte un membro della Jihad islamica, si contano purtroppo ancora civili e civili, giovani ragazzi e diverse donne. Le ultime bombe sono state sganciate su una tenda funebre, dove si stava commemorando proprio la morte di una vittima dei bombardamenti di ieri.

Dall’altra parte, il sud di Israele è in stato di allerta. Decine di razzi sono stati sparati negli ultimi due giorni da gruppi armati della resistenza palestinese, circa 40 solo stamane; fonti israeliane registrano 4 feriti lievi e danni a qualche edificio. Danni peggiori sono stati evitati grazie al sistema di protezione anti-missileIron Dome’ che ha intercettato due razzi diretti verso Be’er Sheva e Ashdod. Per precauzione le scuole della zona oggi sono rimaste chiuse e la popolazione invitata a tenersi a portata dei rifugi antimissile.

La posizione israeliana è che questa ultima escalation di violenza – che peraltro rischia di degenerare nelle prossime ore, stando alle dichiarazioni di entrambe le parti – è stata originata dall’attacco condotto sabato da membri della resistenza palestinese (Jihad islamica, che ha rivendicato l´attacco) contro un veicolo militare israeliano, dove quattro soldati sono rimasti feriti.

I palestinesi sottolineano come il missile anticarro lanciato sabato fosse a sua volta la risposta all’uccisione di un ragazzo di tredici anni, mitragliato nei pressi di Khan Younis, nella regione centrale della Striscia di Gaza, dai militari israeliani.

Si potrebbe andare indietro all’infinito in realtà, perché ogni singolo razzo sparato da Gaza ha alle spalle almeno un palestinese ucciso dalle forze di occupazione israeliane e viceversa, in una spirale di violenza senza fine.

È molto difficile da un punto di vista giuridico, separare le ragioni dai torti; ci si muove in una zona grigia, complicatissima, dove crimini e gravi violazioni del diritto internazionale sono commessi da entrambe le parti. Viene voglia di concludere sbrigativamente che sono entrambi responsabili allo stesso modo; che questa è la guerra; che il sacrificio di vite umane fa parte del conflitto. Viene voglia di sorvolare sulla notizia (peraltro quasi non riportata dai media per ora), di passar ad altro, perché siamo stufi di morti e violenze di cui in fondo non si comprende il senso, e soprattutto siamo stufi di un conflitto, quello Israelo-palestinese, di cui non si immagina più una soluzione.

Eppure, ad una attenta analisi emergono elementi  che spingono verso una diversa conclusione. Le due parti in conflitto non sono pari, e come tali non possono essere trattate, neanche dal punto di vista del diritto. Da una parte vi è una potenza di occupazione che dispone di una forza e capacità militare tra le più sofisticate e potenti al mondo e che è obbligata, ai sensi della IV Convenzione di Ginevra del 1949, a proteggere la vita ed il benessere della popolazione civile sotto occupazione (da oltre 45 anni). Dall’altra ci sono dei gruppi militari che fanno ricorso alla resistenza armata (di per sé non illegittima) per combattere le forze di occupazione con mezzi violenti sebbene spesso poco più che artigianali (mi riferisco ai razzi fatti in casa di Gaza, il che non esclude che in realtà Hamas disponga di armi ben più sofisticate che tuttavia, almeno fino a questo momento, non ha usato).

In ogni caso entrambe le forze, pur nella sproporzione abissale di questo conflitto, hanno il dovere di attenersi al principio di distinzione, che è il fondamentale principio di diritto internazionale umanitario (che regola l’uso della forza nei conflitti armati), per cui le parti combattenti devono distinguere tra combattenti e civili. I razzi che partono da Gaza, per l’appunto fatti in casa, non essendo in grado di essere direzionati verso un obiettivo specifico sono per loro natura un’arma indiscriminata e quindi integrano possibili crimini di guerra e contro l’umanità. A maggior ragione i bombardamenti israeliani su Gaza, di cui quelli di questa domenica sono solo un piccolo assaggio se confrontati ad esempio con l’operazione Piombo Fuso del 2008/9 (dove dei 1400 morti e feriti si stima che l’80% fossero civili), sono illegittimi e costituiscono crimini di guerra ogni volta in cui non distinguono tra obiettivi militari e civili.

È vero che il diritto umanitario internazionale prevede la possibilità che vi siano danni collaterali civili – di per sé non illegittimi – nell’ambito di una operazione militare. E tuttavia il principio di proporzionalità impone che l’eventuale danno causato alla popolazione civile o alla proprietà civile debba essere proporzionato e non eccessivo rispetto al vantaggio militare e diretto che si attende dalla operazione militare.

A Gaza questi principi sono quotidianamente ignorati e calpestati dalle forze di occupazione israeliane.