A me, dell‘inno nazionale, frega davvero nulla. Magari vi farò arrabbiare, con questo mio coming out anti-nazionale e disfattista, ma sinceramente la storia dell’insegnamento coatto dell’inno a scuola mi fa venire i brividi. È un obbligo anacronistico, stantio, che sa di muffa e di fez impolverato.

Nel 2012 ha ancora senso un’appartenenza quasi militaresca a una nazione, con tanto di inno da imparare a memoria tra i banchi di scuola? In un mondo che, nel bene o nel male, è globalizzato che più globalizzato non si può, conta di più parlare inglese o canticchiare “già l’aquila d’Austria le penne ha perdute”? Conta di più approfondire le bistrattate materie scientifiche o sapere che “i figli d’Italia si chiaman Balilla e il suon d’ogni squilla i vespri sonò”?

Magari sono strano io, per carità. Magari sono un pericoloso sovversivo nemico della Patria. Può darsi, non lo escludo. Ma questo ritrovato (e ipocrita) furore nazionalista mi fa venire l’orticaria. E quasi quasi, se non fosse vilipendio o qualcosa del genere, verrebbe voglia, pensando all’Inno di Mameli, di parafrasare il ragionier Fantozzi.