Gli ultimi avvenimenti politici, soprattutto i risultati delle elezioni in Sicilia, ci consegnano una situazione di straordinaria complessità: astensione oltre la soglia del 53%, un vincitore senza maggioranza, e il voto, considerato di protesta, che dà al Movimento 5 Stelle percentuali record, il 18% dei voti sull’isola equivale tendenzialmente a una quota di oltre il 20% se rapportata sul piano nazionale.

Il Pd si pone il problema del rapporto con il “centro moderato”, in realtà, anche se vincesse le elezioni, se fosse confermato il trend del Movimento 5 Stelle con questa proporzione si troverebbe al centro dell’emiciclo di Montecitorio circa cento parlamentari grillini, molto giovani e agguerriti, una rivoluzione politica fino a sei mesi fa inimmaginabile!

Il Movimento 5 Stelle, è ancora per gli analisti politici un fenomeno in parte misterioso, anche se in alcune zone d’Italia è presente da quasi dieci anni.

Grillo, fondatore e demiurgo del movimento, guida un processo di selezione, formazione e promozione di una nuova classe dirigente nata tra i banchetti e nei movimenti ambientalisti e di attivismo civico e sociale, che, prevalentemente, se non esclusivamente, è estranea a ogni esperienza di partito, questo costituisce una grande novità, ma può rappresentare anche un forte limite.

Non ricordo sia mai avvenuto in Italia, nella storia della formazione dei partiti, da almeno cento anni, quel che sta accadendo con il M5 stelle, cioè un movimento che diventa progressivamente soggetto politico, naturalmente con non poche contraddizioni: un movimento in grande ascesa, caratterizzato da una figura carismatica di leader con un forte potere sugli iscritti, quasi assoluto, esercitato attraverso una comunicazione unidirezionale, cioè dall’alto verso il basso, che si trova in pochi mesi a gestire rappresentanze istituzionali in tutto il Paese, Comuni, Regioni e, tra poco, in Parlamento.

Il caso dell’Emilia, registra il primo vero momento di crisi nel meccanismo decisionale del movimento che vede, apparentemente senza una ragione politica comprensibile, la contrapposizione di un nucleo di militanti, impegnati in consiglio regionale e comunale, che contestano la gestione autoritaria e antidemocratica del movimento, cosa che ha portato a una vera e propria scomunica, espressa da Grillo direttamente, prima nei confronti di Giovanni Favia per le sue “improvvide” dichiarazioni critiche nei confronti del movimento e, dopo, della consigliera Federica Salsi perché comparsa al talk show Ballarò (anche lei in odore di eresia).

Questi scontri sono pubblici e ad alto tasso di stato di conflitto, attraverso dichiarazioni sui blog e alla stampa; se M5S fosse un partito strutturato con regole consolidate, queste discussioni probabilmente non avverrebbero sui media ma all’interno di riunioni, in cui si cercherebbe di ricomporre le divergenze, o di procedere, nel caso fosse necessario, a provvedimenti disciplinari definiti da uno statuto efficace erga omnes, se qualcuno si fosse reso responsabile di comportamenti scorretti.

Non c’è forma politica che non contempli dialettica di opinioni, concorrenzialità, lotta per il potere, ciò è connaturato all’agire politico che di per se è la ricerca dell’affermazione delle proprie idee e della propria personalità; infatti, seppur il termine “politico” significhi nell’etimologia greca “πόλις και θεός” , ovvero avvicinare la città (il governo) a Dio (la perfezione), nella politica attuale la cui essenza sta nel rovesciamento e nella negazione di questo concetto e, quindi, nel conflitto per il potere di affermare se stessi nel governo.

Penso che Grillo dovrebbe chiarire all’opinione pubblica e ai suoi sostenitori ed elettori, quale sarà il suo ruolo ora che il suo movimento assumerà dimensioni considerevoli nelle istituzioni, come gestirà la sua leadership, con metodo democratico o con dirigismo assolutistico?

In questo senso il problema dei media e del rapporto con la televisione è cruciale: è condivisibile la preoccupazione di Grillo che i rappresentanti del Movimento non si facciano attrarre dalle sirene della tv restandone schiacciati, si può comprendere che Grillo ben conosca l’alto potere corrosivo e normalizzatore della nostra televisione; però questa posizione non può scaturire da una decisione unilaterale, anche perché lo stesso Grillo usufruisce largamente del favore di essere considerato un personaggio importante per la televisione, ne ricava tutti i vantaggi, anche se sembra non considerarla. Se il suo obiettivo è di sconfiggere il predominio dei media mainstream, dev’essere perseguito con coerenza culturale, si vedrà alla prova dei fatti è una prova dura!

Il tempo rileverà se questo movimento resterà sano e assumerà una configurazione politica precisa e comprensibile che non sia la sola protesta contro il sistema, se saprà darsi regole democratiche e potrà evitare quel che si vede giornalmente sta accadendo a tutti i partiti personali, di proprietà assoluta dei leader carismatici, Di Pietro docet.

Il fenomeno Grillo pone invece molti più motivi di riflessione autocritica alle forze di sinistra, per la loro incapacità di comprendere le trasformazioni della società italiana e per l’acuirsi fino al limite della rottura e dell’allontanamento dei partiti dal rapporto con la società: quel che era un valore dell’agire politico, preoccuparsi dei problemi concreti vivendo in mezzo alla gente, nei luoghi di lavoro, nei quartieri, è diventato un disvalore, oggi il politico è un tecnocrate, tendenzialmente nascosto, un intermediario d’interessi e d’affari, le cui opinioni sono il più delle volte del tutto sconosciute, una professione grigia e non più un impegno ideale per cui battersi e soffrire.