“E’ il punto G, quello che ti dà l’orgasmo nei salotti dei talk show. L’atteso quarto d’ora di celebrità di Andy Warhol, seduto in poltroncine a schiera, accomunato ai falsari della verità, agli imbonitori di partito, ai diffamatori di professione, devastato dagli applausi a comando di claque prezzolate”. E ancora : ”Li’, in una gabbia di un circo, come su un trespolo, muto per ore, povera presenza rituale di cui si vuole solo lo scalpo, macellato come un agnello masochista, rispondi per i quattro minuti che ti sono concessi a domande preconfezionate poste da manichini al servizio dei partiti”.
Il punto G di Grillo è la G di Guy Debord. Guy  “Nasce a Parigi nel 1931 dove scopre il surrealismo e le avanguardie artistiche e letterarie. Si unisce al gruppo di Isidore Isou. Nel 1952 l’ala radicale del lettrismo si stacca dalle posizioni del suo fondatore Isou, e Debord dà vita all’Internazionale Lettrista.
Nel 1957 Debord partecipa alla fondazione dell’Internazionale Situazionista, che unisce una serie di movimenti artistici europei in una critica radicale della società capitalistica e dell’industria culturale. Gli strumenti individuati per superare l’arte borghese sono quelli della psicogeografia, dell’urbanismo unitario e del détournement. Nel 1967 scrive il suo saggio più celebre, La società dello spettacolo, che denuncia profeticamente il processo di trasformazione dei lavoratori in consumatori nel sistema economico capitalista“.
Scrive Debord in modo profetico:  “La separazione è l’alfa e l’omega dello spettacolo. L’istituzionalizzazione della divisione sociale del lavoro, la formazione delle classi avevano elevato una prima contemplazione sacra, l’ordine mitico di cui ogni potere si ammanta fin dalle proprie origini. Il sacro ha giustificato l’ordinamento cosmico e ontologico che corrispondeva agli interessi dei padroni, ha spiegato e abbellito ciò che la società non poteva fare”.
Credo che nessun attivista del Movimento 5 stelle e lo stesso Grillo che confido conosca Debord, essendo stato amico fraterno di Fabrizio De Andrè, possa negare quanto affermato. Debord continua : “Ogni potere separato è dunque spettacolare, ma l’adesione di tutti a una simile immagine immobile non significava altro che il comune riconoscimento di un prolungamento immaginario alla povertà dell’attività sociale reale, ancora largamente avvertita come una condizione unitaria. Lo spettacolo moderno al contrario esprime ciò che la società può fare ma in questa espressione il permesso si oppone in modo assoluto al possibile.Lo spettacolo è la conservazione dell’incoscienza nel cambiamento pratico delle condizioni d’esistenza. Esso è il proprio prodotto, ed è esso stesso che ha posto le sue regole: si tratta di uno pseudo-sacro…Ogni comunità e ogni senso critico si sono dissolti nel corso di questo movimento, nel quale le forze che hanno potuto crescere separandosi non si sono ancora ritrovate.” La spettacolarizzazione dunque crea un prodotto di cui essere spettatori, crea alienazione perché essendo spettatori noi non possiamo essere protagonisti. Se è vero che “Nello spettacolo, una parte del mondo si rappresenta davanti al mondo, e gli è superiore. Lo spettacolo non è che il linguaggio comune di questa separazione. Ciò che lega gli spettatori non è che un rapporto irreversibile allo stesso centro che mantiene il loro isolamento. Lo spettacolo riunisce il separato ma lo riunisce in quanto separato” quanto questo è valido anche per i comizi/spettacolo di Grillo stesso che per sua definizione è comico ma ora anche capo politico? quanto Grillo stesso usa lo spettacolo, la spettacolarizzazione, monopolizzando l’attenzione del pubblico?
Debord continua: “L’alienazione spettatore a vantaggio dell’oggetto contemplato (che è il risultato della propria attività incosciente) si esprime così: più esso contempla, meno vive; più accetta di riconoscersi nelle immagini dominanti del bisogno, meno comprende la propria esistenza e il proprio desiderio.L’esteriorità dello spettacolo, in rapporto all’uomo agente, si manifesta nel fatto che i suoi gesti non sono più suoi, ma di un altro che glieli rappresenta. Questo perché lo spettatore non si sente a casa propria da nessuna parte, perché lo spettacolo è dappertutto”.
Lo spettacolo è dappertutto, anche nella casa del capo politico del Movimento 5 stelle, perché allora demonizzare chi si presenta in un talk show? Non è forse spettacolo così come un comizio di Grillo stesso dove peraltro non c’è contraddittorio? In un saggio commento di un lettore de ilfattoquotidiano.it ho letto: “I problemi di Di Pietro nascono anche dall’essere fondatore ed eterno lider maximo di un club a gestione monocratico-familistica con pretesa di essere un partito organico, ma in cui a nessuno degli altri membri egli in realtà dà spazio per contare qualcosa di più del due di briscola” e ancora: “volersi atteggiarsi a Grillo dissacratore e scassa-sistema senza averne il fascino istrionico e accattivante. Ora i nodi stanno venendo al pettine, e il suo partito-club rischia il dissolvimento dall’interno e l’annichilimento elettorale. Me ne dispiace molto,  perché il personaggio ha anche qualità e propositi politici che potrebbero essere alquanto utili per il paese”. Siamo sicuri che queste caratteristiche proprie del “personaggio” non siano anche di Grillo? Quanto oscura i singoli movimentisti con la sua presenza? E lui, essendo uomo di spettacolo, quanto soddisfa il suo punto G?