Cosa rappresenta il mito in questa epoca di riproduzione tecnica dell’immagine? Forse esso si manifesta nella magica imperfezione, in cui tutti possiamo riconoscerci e che tutti riusciamo a decodificare senza fatica. Io ho conosciuto Di Pietro la prima volta a Palermo verso la fine degli anni ’90.

Devo dire che allora mi sembrò un  personaggio politico un po’ impacciato coi media che lo inseguivano puntandogli i faretti in faccia, riproducendo impietosamente le sue smorfie. Mentre tutti guardavano con sguardo fisso in camera Di Pietro vagava, ondeggiava, guardava sempre il giornalista negli occhi…insomma non era un animale da telecamera. Ma le sue parole, colpivano per semplicità e logicità. Quando la televisione svizzera mi chiese di portarlo negli studi di Lugano lui era parlamentare europeo. Viaggiava in macchina con una bmw da Milano a Strasburgo passando per la Svizzera. Fu facile ottenere una sua sosta a Lugano per registrare il nostro programma. Lo andai a prendere in autostrada.

Era solo senza autista o accompagnatori. Scese dall’auto e prese dal cofano uno zainetto (tipo studenti delle medie). Lì c’era tutto mi disse: ricambio per due giorni. La macchina si era rovinata, mi disse “si accendono troppe spie”. Cominciò ad armeggiare nel cofano per vedere si trattava dei fusibili, poi si arrese e mi chiese se potevo chiamare un elettrauto. “Ok ci penso io senatore” (all’epoca lo chiamavano tutti così). Rintracciai un meccanico che arrivò subito (ovviamente era italiano come molti in Ticino). Si infilò nell’abitacolo ed aggiustò tutto. Guardando il telefono dell’auto notò una targhetta con la scritta vicino al ricevitore: Di Pietro. Anche a me sembrò strana.

Il meccanico mi chiese ma Di Pietro chi il giudice? Io non gli avevo detto niente e pensavo che per i protocolli di sicurezza fosse meglio non rivelare l’identità. Ma di fronte alla stranezza della targhetta sul telefono risposi: “si è proprio lui e non capisco perché si mette il nome sul telefono”. Gli chiesi quanto gli doveva per la riparazione e lui mi rispose:”nulla, ti prego, a quell’uomo lì, vorrei solo stringergli la mano”.

La trasmissione era finita e Di Pietro era in conferenza stampa. Io portai il meccanico in tuta e lo feci aspettare in fondo alla sala. Mi avvicinai al senatore ed all’orecchio gli dissi che il meccanico aveva aggiustato tutto, si trattava di sciocchezze ma voleva solo stringergli la mano. Lui mi chiese: dove sta? Io lo indicai, è quello in tuta. Di Pietro si alzò immediatamente e senza dire niente, davanti ai giornalisti stupiti, andò dal meccanico e gli strinse la mano. La conferenza stampa finì in quel momento tutti i fotografi immortalarono il gesto un po’ strano per gli svizzeri.

Il giorno dopo quella foto fece il giro della Svizzera ed ancora oggi in alcune officine la trovi accanto al calendario di playboy. Da allora l’ho incontrato spesso. Come quella volta a Milano in Via Casati, dove lo vidi uscire dalla sua stanza con la camicia macchiata di senape dopo aver mangiato un panino. Si cambio davanti a me dicendomi: “eh questa volta, lo frego !”. Si riferiva a Mastella.” Lui ha solo voto organizzato, mentre io posso contare su voto d’opinione e voto organizzato”. Non mi sembrò una grande intuizione da statista. Ma era felice nonostante la camicia. “Mi capita spesso, non ci far caso.. sti panini..!”.

Eravamo appena tornati dalla casa di Dario Fo, io accompagnavo Leoluca Orlando, e dopo abbondanti discussioni Franca Rame aveva accettato di candidarsi al Senato. Di Pietro era euforico e quando ci presento Donati che era nell’ufficio ci disse in privato: “è bravo..è notarile..preciso..in parlamento ci serve uno come lui”. L’imperfezione è la caratteristica degli uomini mito di questi tempi.

Ma da allora, sono sempre rimasto della convinzione, anche dopo aver visto Report, che l’unica macchia vera che ho visto in quest’uomo, la cui vita privata e pubblica è stata scandagliata, da noi giornalisti, da giudici, inquirenti ed intellettuali è stata quella orribile macchia di senape sulla camicia di uomo del sud, coraggiosamente ingenuo, che non sa mangiare bene manco un panino.