“Non mi interessa dire che le cose in Italia vadano male, preferisco invece raccontare come qui in Belgio vanno bene, semplicemente”. Sara Vilardo (nella foto di Tommaso Miredi), attrice, ha 32 anni e da quattro vive a Bruxelles. La scelta di trasferirsi è stata naturale, quasi casuale: un progetto nel 2007 da un’opera di Pasolini per cui servivano attori italiani, un master in performing art, e una serie di buoni progetti a cui dedicarsi. “Sono arrivata qui senza essere qualcuno, una giovane attrice sconosciuta. Mi sono state aperte porte che in Italia restavano chiuse. Però cerco sempre di mantenere un contatto con il mio paese, di portare un po’ di quello che faccio in Italia, e portare l’Italia qui”.

La differenza sostanziale, racconta Sara, è nel riconoscimento della professione: “In Italia c’è ancora lo stereotipo dell’artista come persona tormentata. Qui può essere un padre o una madre di famiglia, con una vita privata normale. Si lavora molto, ma se devi finire le prove alle cinque perché tua figlia esce da scuola, alle cinque finisci. E’ considerato un lavoro a tutti gli effetti e pertanto ha regole e orari: non è come a volte si pensa, ossia che stiamo a letto tutto il giorno e quando ci viene l’ispirazione lavoriamo”. Il Belgio è riconosciuto come un piccolo “paradiso degli artisti”. Il welfare state non è un’utopia, e anche i professionisti del settore artistico godono di sussidi statali e finanziamenti che rendono dinamico l’ambiente, e più riconosciuta la professione. “Ora le cose sono un po’ cambiate – racconta Sara – prima la disoccupazione per il lavoro artistico era per tutti, ora solo per chi lavora sul palco: musicisti, ballerini, attori. Hanno visto che qualcuno ne approfittava, quindi le regole ora sono più selettive”. Fortunatamente per ora il lavoro non manca.

Dopo il master, Sara ha iniziato a lavorare oltre che come interprete anche come regista e creatrice di suoi progetti. Il primo spettacolo, Alfred(d)o, è un’opera per bambini creata con un’altra attrice fiamminga: “Pochi giorni fa ho ricevuto un’ottima notizia, un’agenzia ha comprato il nostro spettacolo e lo lancerà ancora. Già per il mese prossimo abbiamo tre date”. Oltre alle avventure di Alfred(d)o, Sara sta preparando un progetto sul corpo delle donne che andrà in scena a dicembre, e fa anche spettacoli di danza. “Un altro vantaggio della mia vita in Belgio è la formazione, davvero accessibile: per noi danza e workshop sono d’obbligo, un po’ come i convegni per i medici. Qui ci sono corsi di ogni tipo a prezzi abbordabili e a tutte le ore, così come i corsi di lingue. Appena arrivata pensavo di imparare giusto il francese, ora invece mi destreggio bene anche con il fiammingo. L’ambiente artistico è molto diviso, come tutto qui, fra parte fiamminga e parte francofona: la fiamminga fa cose più contemporanee, innovative, sperimentali, quindi mi sono trovata a frequentarlo di più”.

Il respiro internazionale di una città come Bruxelles, per quanto piccola, piace molto a Sara: “Quando si lavora tanto, nei periodi di prove, non ho neanche il tempo di fare la spesa. Però la vita sociale è ricca, i belgi parlano molte lingue e accolgono gli altri senza pregiudizi. Hanno i loro bei problemi interni fra fiamminghi e francofoni, però sono molto aperti. Non mi hanno mai fatto sentire straniera”. Lavorare all’estero è un valore aggiunto, e Sara lo sa bene. La scelta di stare in Belgio non è una fuga, né una costrizione. Che sia un po’ troppo “choosy”, con la sua decisione di restare lì? “Non so se tornerò, per ora non mi pongo il problema. Semplicemente questo lavoro, che pure a volte è un po’ alienante, è il mio modo di esprimermi. Mi sembra quasi dia un po’ il senso alla mia vita, non so se riuscirei a farne a meno. Anche se a volte è davvero un partner esigente”.