Qualcuno si chiederà: ma come, un rapper che scrive su una testata così importante? Un rapper? Ma i rapper sanno anche scrivere d’altro che non sia droga, puttane e soldi? Un rapper… beh si, un rapper, questo sono io, ed è proprio grazie al Rap e alla cultura da cui esso deriva che sono finito qui, su queste pagine, per aprire una nuova finestra comunicativa sul mondo. Con la mia musica cerco di essere come il megafono in una manifestazione o il microfono di un concerto, cioè un amplificatore di voci. La voce di tanta gente che è stanca di essere etichettata, tanta gente che vuole rappresentare se stessa in una società vecchia e monotona, che non li rappresenta più. Tanta gente che sa che esiste un Rap diverso, da quello a cui i media ci abituano.

Ci terrei a darvi qualche piccolo cenno storico del mio incontro con questa cultura chiamata HipHop, prendetela come una sorta di ‘stretta di mano’ virtuale. Il primo contatto è avvenuto un po’ di anni fa, io avevo 15/16 anni, e nella mia città, Cosenza, stava succedendo qualcosa: i muri non erano più grigi, ma il colore li invadeva, quel colore che rappresentava la voglia di gridare al mondo: “questo è il mio nome, e questo nome non me l’ha dato nessuno, sono io che mi sono ribattezzato così, e questo graffito col mio nome impresso grida forte al mondo che esisto anche io, che io sono qui”.

È proprio questo uno dei messaggi e dei fondamenti dell’HipHop, almeno per quello che ha trasmesso al sottoscritto, quello di convertire la rabbia, la frustrazione, la tristezza in qualcosa di positivo. L’HipHop offre i suoi mezzi per combattere, e non si parla di armi convenzionali, armi da taglio o da fuoco, ma di armi artistiche, cioè un microfono, due giradischi, delle bombolette o delle scarpe da tennis che permettono ad un Breaker di sfidare la forza di gravità e decollare dal suolo, ballando e ipnotizzando chi lo guarda come il più penetrante dei tramonti. Questa cultura poi, col tempo, si è divisa in tanti settori e filoni, in molti cercano di definire cosa sia HipHop o cosa non lo sia, io ormai ho smesso di provarci e anche di cercarne una definizione. Ormai sento viva questa cultura dentro di me, quindi immergersi nelle polemiche è solo un inutile dispendio di energie. Energie che possono essere dedicate a qualcos’altro, qualcosa di più grande, come appunto cercare di cambiare l’ambiente che ti circonda quando questo ambiente inizia a starti stretto.

Spesso nei mie concerti propongo dei piccoli spezzoni di canzoni di grandi artisti come Curtis Mayfield o Bob Marley e alla gente che si chiede: “ma che c’entra “Zio Bob” con un concerto Rap?”, rispondo: perché lui era uno di quelli convinti di poter cambiare il mondo con la musica. Perché la musica, le note che si intrecciano alle rime, possono durare nel tempo, andare al di là del tempo, rimanere per sempre, più di qualsiasi pistola che col tempo sarà divorata dalla ruggine: la musica può espandersi a macchia d’olio più di qualsiasi virus o arma batteriologica. Mi vengono in mente le parole di un grande filosofo che mi ha insegnato tanto nel corso dei miei studi, cioè Arthur Schopenhauer: “La musica oltrepassa le idee, è del tutto indipendente anche dal mondo fenomenico, semplicemente lo ignora, e in un certo modo potrebbe continuare ad esistere anche se il mondo non esistesse più: cosa che non si può dire delle altre arti. La musica è infatti oggettivazione e immagine dell’intera volontà [..]”

Io ho scelto il rap per combattere e lottare e palesare la mia ‘volontà’, come un vero guerriero, perché è questo che siamo al giorno d’oggi, dei guerrieri costretti a lottare per non subire.

Oggi vorrei mostrarvi due miei video, ‘Gravità’ e ‘SunTzu’. Nel primo c’è quella che, a mio avviso, può essere una piccola formula destinata al cambiamento dell’ambiente di cui parlavo sopra e cioè: “Non rivoluzioni se non ti rivoluzioni”. Il testo è ispirato ad un libro che ha del magico, ‘Un Uomo’ di Oriana Fallaci. Nel secondo trovate il mio manifesto di lotta e resistenza, dedicato a tutti i guerrieri che combattono nella quotidianità, sul posto di lavoro, nel precariato o anche su un palco che non li riconosce come artisti (questo sarà l’argomento del mio prossimo intervento sul blog) ispirato ad un classico senza età, cioè ‘L’arte della guerra’ di Suntzu.