“Saad, Saad!” urlano migliaia i giovani del movimento Futuro, Mustakbal, inneggiando all’ex premier libanese, anti Assad, Saad Hariri. Sono riuniti per presenziare i funerali del capo dell’Intelligence, Wasim al Hasan, assassinato con un’autobomba venerdì scorso. Ma ben presto la pacifica celebrazione si trasforma nella giornata della collera invocata ieri contro “Bashar al Assad il macellaio”. I manifestanti lasciano così la moschea di piazza dei Martiri, dove si sono tenuti i funerali, e raggiungono la sede del governo, a circa un chilometro di distanza, per tentarne l’assalto. Ad aizzarli un popolarissimo presentatore televisivo, Nadim Koteich, che grida tra la folla: “Mikati se ne deve andare oggi!”.

Così centinaia di ragazzi si avvicinano al lussuoso stabilimento forzandone le transenne, per pretendere le dimissioni dell’attuale primo ministro Najib Mikati, alleato di Hezbollah e quindi troppo vicino a quel regime di Damasco che da oltre quarant’anni esercita la sua egemonia nel Paese confinante. Tra le decine di migliaia di sunniti ci sono anche quelli venuti dalla città settentrionale di Tripoli, nota per le lotte tra comunità alawita (pro Assad) e quella salafita. Da Sidone invece è venuto il popolarissimo leader salafita anti hezbollah Ahmed al Asir. Il blocco anti Assad sembra essere al completo.

Dall’iconografia della piazza si percepisce immediatamente che Hasan era un uomo di Hariri, per questo ha ricevuto l’onore di riposare accanto alla sua salma. “Era uno che stanava i terroristi” dicono i manifestanti. Sapeva di essere un obiettivo e scherzava su questo con i suoi più stretti amici e collaboratori. A capo dei servizi d’informazione della polizia libanese, ad agosto aveva ordinato il fermo dell’ex ministro dell’Informazione Michel Samaha, che stava mettendo su una rete terroristica al servizio del regime di Bashar al Assad. Infangato e insultato, il nome di Samaha durante le proteste è passato di bocca in bocca, in molti lo ritengono il diretto mandante dell’esecuzione. Ad ammettere un legame tra i due eventi è stato anche lo stesso premier Mikati.

Ma il capo dell’esecutivo per il momento resta al suo posto: ieri il presidente Michel Suleiman ha respinto le sue dimissioni. Se lascia ora, il Paese dei Cedri cadrà nel caos. Il caos però c’è già. Alle quattro del pomeriggio parte la sassaiola, l’esercito spara in aria e lancia lacrimogeni per disperdere la folla. Dopo pochi minuti di scontri, a terra ci sono due feriti, tra cui una donna. Il bilancio è destinato a crescere nell’arco della giornata, le ambulanze fanno fatica a penetrare la folla e i feriti vengono trasportati a braccio. Intanto in lontananza si vedono due colonne nere di fumo levarsi da dietro il porto di Beirut: sono pneumatici dati alle fiamme. Dal lungo mare arrivano poi i carri armati per presidiare la sede del governo. La calma si ristabilisce solo dopo le sei del pomeriggio con un appello dello stesso Saad Hariri in tv: “Tornate a casa – dice dal suo esilio volontario parigino – il governo deve cadere ma in modo pacifico”. I suoi seguaci obbediscono, ma resta un grande scollamento tra il leader del movimento Futuro (in Francia per motivi di sicurezza) e la sua base. I suoi sostenitori vogliono infatti schiacciare la supremazia militare di Hezbollah, che con il suo sostegno ad Assad sta facendo precipitare il Libano nella guerra siriana.

Il vero capo sunnita in questo momento appare quindi l’ex premier Fouad Siniora, che si è detto contrario a un’ipotesi di governo di unità nazionale paventata ieri da Mikati. A fine giornata Beirut sembra essere ripiombata agli anni bui della guerra, anche se dietro la militarizzazione della città si nasconde un grande desiderio di stabilità. “Finché non cade il regime di Assad non ci sarà pace nel nostro Paese” dice una donna. Tra la folla sventolano bandiere del partito di Hariri, della Siria Libera, nonché di diversi movimenti cristiani e salafiti. Islamisti barbuti accanto a suore, sembra strano ma non lo è per chi vive qui. “This is Beirut” esclama una ragazza con unghie laccatissime. Cala la notte e i ragazzi vanno a bere come se nulla fosse. Perché stupirsi? “Questa è Beirut”.

di Susan Dabbous