Apro il Pariscope, come faccio ogni volta che sbarco a Parigi per qualche giorno, quando riesco a ritagliarmi un piccolo spazio. Mi succede non tanto spesso quanto vorrei, ma faccio in modo che capiti, anche perché, occupandomi di cinema, per me Parigi è un luogo ideale per lavorare (Italo Calvino diceva che per lui Parigi era come la campagna dove si fugge ogni volta che si può, magari per lavorare meglio: lui la sua campagna l’aveva trovata al centro di Parigi, e ci abitava stabilmente).

Il Pariscope è l’Eldorado di chi ama lo spettacolo (ma anche la cultura, le mostre, i ristoranti e tanto altro): promette tutto quello che si vorrebbe avere e che, visto da lontano, sembra irraggiungibile. A Parigi pare che nulla sia irraggiungibile: voglio vedere un film di Manoel De Oliveira del 1962? Eccolo: ci vado, in un pomeriggio di giorno feriale, e, sorpresa, trovo la sala piena. Non che i parigini siano sfaccendati: semplicemente per loro il cinema entra nel circolo sanguigno della vita quotidiana, ne fa parte così come il pane o il caffè della mattina. Quindi lo consumano a tutte le ore. Perché se è vero che il cinema, come diceva Truffaut, “mi ha salvato la vita”, perciò stesso gli devo devozione, amore, passione.

Visto da Parigi questo stato di cose sembra quasi “naturale”. Invece non è così. Nulla capita per caso, nemmeno questo trasporto per il cinema che in Francia va da sé. Infatti, come avviene anche per le altre cose, tutto avviene nei primi anni di vita: fin da bambini i francesi sono abituati a un rapporto “ecologico” con il cinema. Per dire, il mercoledì pomeriggio e il sabato i ragazzi francesi non vanno a scuola. Che succede allora? Succede che tutte le istituzioni culturali sono mobilitate per arricchire lo spettro di interessi dei ragazzi.

Non si tratta di “parcheggiare” in qualche modo i ragazzi mentre i genitori sono al lavoro: si tratta invece di completare la formazione dei futuri cittadini nella consapevolezza che l’interazione tra l’azione della scuola e l’azione di altre agenzie formative è essenziale. Così il Forum des images – un cinema d’essai che funziona anche come cineteca – propone tutti i mercoledì e i sabato “il pomeriggio dei ragazzi”, dove si possono vedere film recentissimi ma anche film del passato lontano (in questo modo i ragazzi si abituano a naturalizzare anche il cinema in bianco e nero, che invece da noi è stato quasi demonizzato, da quando anni fa la tv decise che tutto ciò che era in bianco e nero andava bandito dalla programmazione standard). Non solo: al Forum des images si possono anche consultare le collezioni a partire da terminali video collegati con un maxi computer: tra le varie proposte, nel dépliant per i ragazzi di questo mese si pubblicizza un film comico del 1908 (!!!), un piccolo film muto di un autore sconosciuto ai più, Romeo Bosetti.

Tutto ciò non ha una ricaduta immediata, non si guadagna niente né si mangia con questa cultura. Però si crea una sensibilità, si allena il pensiero a veleggiare per larghi mari e non solo in anguste riserve, si costituisce un’attenzione che nel domani dei bambini o ragazzi di oggi sarà l’humus su cui crescerà un rapporto equilibrato con le immagini, non solo cinematografiche. Perché in Italia non si può ripartire da qui, da una formazione ecologica delle giovani generazioni, per pensare a lungo termine alla costruzione di una comunità fondata sull’uso del pensiero critico?