La riforma delle pensioni è stata varata dal governo Monti in piena emergenza e in tempi molto stretti ed è perciò sicuramente migliorabile. Ma non si può tornare indietro, come accadrebbe se fosse approvata la proposta Damiano. Il paese si ritroverebbe ad affrontare una nuova crisi di credibilità. E la platea di coloro che perdono il posto di lavoro con più di 55 anni di età finirebbe per ampliarsi, anziché ridursi. È un’emergenza sociale che si risolve rendendo più flessibile la riforma Fornero.

di Tito Boeri* e Agar Brugiavini** (lavoce.info)

La riforma Fornero delle pensioni è sicuramente migliorabile. Bisogna renderla più flessibile, risolvendo in questo modo il problema dei cosiddetti esodati ed esodandi. Bisogna anche porre rimedio a iniquità introdotte dai governi precedenti, come la tassa sulla totalizzazione di contributi versati ad amministrazioni diverse nel corso di una carriera lavorativa, coi cosiddetti “ricongiugimenti onerosi”, introdotta da Giulio Tremonti.
Ma sarebbe un grave e irreparabile errore oggi tornare indietro. La riforma varata dal Governo Monti ha rappresentato un punto di svolta nel dare un segnale di rigore e di attenzione all’equità intergenerazionale. L’Europa e il mondo intero guardano all’Italia, in questo momento difficile, come ago della bilancia verso la salvezza dell’euro e della coesione europea. E la riforma delle pensioni è stata fondamentale nel dare credibilità allo sforzo di risanamento del nostro paese.

La proposta Damiano

La proposta Damiano ieri discussa alla Camera e temporaneamente bloccata perché priva di coperture, ci fa tornare indietro nel tempo. Intende ampliare la platea degli esodati e modificare la riforma delle pensioni attraverso un meccanismo molto simile a quello che lo stesso Cesare Damiano aveva introdotto durante il suo mandato come ministro del Lavoro. La modifica proposta da Damiano introduce una serie di scalini per consentire ai lavoratori di 58 anni di di età di andare in pensione con 35 anni di contributi fino al 2017. Si introduce un canale di pensionamento (che di fatto ammorbidisce le regole stringenti del pensionamento anticipato, riprendendo il doppio requisito dell’età anagrafica e degli anni di contributi, seppure non combinandoli in quote) in aggiunta ai due previsti dalla legge Fornero (di vecchiaia ordinario e anticipato). (1)Torniamo, in altre parole, ai tanti regimi diversi, dunque alle iniquità, e agli scalini del passato.
Di fatto, la riforma Damiano prevede un ampliamento della sperimentazione attualmente in vigore per le donne (35 anni di contributi + 57 anni di età se si opta per il calcolo della pensione interamente con il sistema contributivo), la cui durata era prevista fino al 31 dicembre 2015, estendendola anche agli uomini e alle donne lavoratrici autonome, e differenziando il requisito dell’età a seconda della tipologia di lavoratore e dell’anno di pensionamento, prolungando la sperimentazione fino al 31 dicembre 2017.

 

Questa retromarcia rischia di vanificare sia gli effetti positivi in termini di risparmio per la finanza pubblica sia per la credibilità del paese. Secondo stime preliminari la riforma potrebbe costare circa 30 miliardi in dieci anni. E i costi potrebbero addirittura essere sottostimati.

Una soluzione ancora possibile

Nessuno nega che ci sia un problema per i lavoratori “esodati”: se correttivi attuariali fossero stati applicati per tempo, la transizione sarebbe stata più morbida perché i lavoratori non avrebbero basato i loro piani di pensionamento sulle vecchie regole e avrebbero “internalizzato” le nuove. Sarebbe stata una soluzione che tiene conto non solo degli incentivi dei lavoratori ad andare in pensione, ma anche delle scelte dei datori di lavoro. Si sarebbe potuto pensare a una riforma più flessibile quanto all’età di pensionamento onde tendere conto delle pressioni che vengono dal lato della domanda di lavoro.
Questa soluzione è tuttora possibile. Si basa su riduzioni attuariali delle pensioni per i lavoratori esodati o esodandi, pari circa al 2-3 per cento in meno per ogni anno precedente il raggiungimento della nuova età pensionabile.
Si potrebbe richiedere ai datori di lavoro di continuare a pagare i contributi sociali fino a quando i lavoratori interessati maturano il diritto a una pensione piena. In questo quadro, il datore di lavoro potrebbe anche optare per la reintegrazione dei lavoratori coinvolti e il lavoratore potrebbe cercare fonti di reddito alternative, tali da compensare la perdita attuariale nella pensione, senza perdere il diritto a quest’ultima.
Insomma, c’è molto da fare per migliorare una riforma varata in piena emergenza e nei tempi strettissimi del salva-Italia, ma per favore non torniamo indietro. Trascineremmo il paese in una nuova crisi di credibilità, finendo inevitabilmente per ampliare, anziché ridurre, la platea di coloro che perdono il posto di lavoro con più di 55 anni di età. È un’emergenza sociale che non può essere certo affrontata riportandoci sull’orlo del baratro, ma solo rendendo più flessibile la riforma Fornero.

(1)
 Comma 28 dell’art. 24 della legge n. 214/2011 (riforma Monti-Fornero).

*Ph.D. in Economia alla New York University, per 10 anni è stato senior economist all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, poi consulente del Fondo Monetario Internazionale, della Banca Mondiale, della Commissione Europea e dell’Ufficio Internazionale del Lavoro. Oggi è professore ordinario all’Economia Bocconi, dove ha progettato e diretto il primo corso di laurea interamente in lingua inglese. E’ Direttore della Fondazione Rodolfo Debenedetti, responsabile scientifico del festival dell’economia di Trento e collabora con La Repubblica. I suoi saggi e articoli possono essere letti su www.igier.uni-bocconi.it.

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** E’ professore di Economia Politica presso l’Università Cà Foscari di Venezia. Ha conseguito una laurea in Scienze Statistiche alla Sapienza di Roma, un Master in Econometria e un Ph.D. in Economia alla London School of Economics. È stata docente alla City University Business School di Londra e visiting scholar presso la Northwestern University negli USA. Nella sua ricerca si occupa principalmente di scelte di risparmio delle famiglie, di pensioni e di stato sociale.