Da ottobre 2011, 121 morti e 3484 feriti durante le proteste pacifiche. Questo è il record criminale delle Forze centrali di sicurezza, la polizia antisommossa egiziana, denunciato da Amnesty International in un rapporto reso pubblico la scorsa settimana al Cairo insieme a un secondo rapporto, sulla repressione militare ai tempi del Consiglio supremo delle forze armate, la giunta che assunse il potere dopo la caduta di Mubarak.

E poi torture, violenza sessuale contro le donne, uso di gas lacrimogeni (made in Usa e in alcuni casi scaduti addirittura nel 1995!) e la macabra tattica di sparare, come in Bahrain, pallini da caccia negli occhi dei dimostranti. Un’organizzazione non governativa egiziana, l’Iniziativa per i diritti della persona, ha contato 60 ricoveri per ferite agli occhi nell’ospedale Kasr el-Aini, in occasione delle proteste di via Mohamed Mahmoud, lo scorso novembre.

A un manifestante, Ahmed Harara, sono stati trovati addosso 74 pallini: 64 sul viso, sei sul collo e quattro nel petto. È ancora vivo per raccontarlo.

Il “cacciatore di occhi”, l’agente di polizia Mahmoud Sobhi Shannawi che centrava i manifestanti come fossero selvaggina, e tre soldati sono gli unici membri delle forze di sicurezza sospettati di aver ucciso o ferito manifestanti su cui sono state aperte inchieste, tuttora in corso.

A fronte di questo, i manifestanti finiti sotto inchiesta nell’ultimo anno sono 1007; 300 di questi rischiano un procedimento in corte marziale, stesso destino capitato a 12.000 persone durante i primi mesi di regime dello Scaf. Nell’incertezza che domina la situazione interna egiziana, la domanda che si fanno le organizzazioni per i diritti umani è se il presidente Morsi riuscirà a tenere a freno le forze di sicurezza. Alcuni provvedimenti fanno sperare in un cambiamento, anche se in diversi casi le decisioni possono essere state prese più per equilibri interni o regolamenti di conti tra i poteri che per sensibilità verso i diritti umani.

Da quando è in carica, Morsi ha rimosso oltre 70 generali (anche se alcuni di loro resteranno “consulenti”). Poi, ha sciolto la Direzione per le indagini sulla sicurezza dello stato (i famigerati servizi segreti), sinonimo di tortura e responsabili della morte di numerosi manifestanti. Cinque ex agenti dei servizi sono stati condannati per la morte sotto tortura, il 6 gennaio 2011, di Sayed Bilal, indiziato dell’attacco a una chiesa copta di Alessandria alla vigilia del Capodanno.

E ancora, ha concesso la grazia a 722 civili (572 a luglio 150 ad agosto) condannati dalle corti marziali per aver preso parte alle manifestazioni post-Mubarak.

L’impunità, però, resta diffusa. Il mese scorso un tribunale di Shubra El Kheima ha assolto l’ex capo dei servizi di Qalubiya, Farouq Lashin, e tre suoi collaboratori, che in primo grado erano stati condannati per aver ucciso manifestanti.

Soprattutto, ci sono troppe armi in giro, come dimostrano i dati di Comtrade. Dal 2005 al 2011 gli Usa hanno trasferito all’Egitto  armamenti e munizioni per 1.241.699.884 di dollari, di cui “forniture militari” per 111.141.850 dollari; “forniture non militari” per 3.059.392 dollari; cartucce per 384.400 dollari e, leggete bene la cifra, veicoli blindati e da combattimento per 1.127.114.242 dollari. Intanto, per venerdì l’opposizione laica e di sinistra ha convocato una grande manifestazione al Cairo. Oltre alla fine di quella che definiscono una deriva religiosa, i 21 partiti e gruppi promotori chiedono processi per i responsabili delle torture, la fine della corruzione e politiche serie in materia di lavoro, sanità ed istruzione.