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Il leader del Labour Party, Ed Miliband @LaPresse

Sono appena ritornata a Londra dopo cinque giorni a Manchester, alla Conferenza del Labour Party. Conferenza che sarà ricordata per la performance del Leader laburista Ed Miliband, che ha parlato a braccio per più di un’ora alle migliaia di delegati, tracciando il futuro del paese e presentandosi come Primo Ministro in waiting. In un discorso molto personale, in cui ha parlato della sua scuola, della sua infanzia da figlio di rifugiati ebrei che scappavano dai nazisti, Ed ha offerto al paese una narrativa, una storia di un paese diverso, libero dal class system e dagli interessi di parte, dimostrando di avere la capacità e la forza di costruirlo davvero.

Discostandosi dal New Labour di Tony Blair, Miliband è stato severissimo con le banche, avvisandole che il futuro governo Labour non tollererà quella “cultura da casinò”, che ha portato alla crisi finanziaria. Un avvertimento chiarissimo: o le banche si adeguano, e cominciano a lavorare a servizio del paese, o sarà il governo Labour a imporlo per legge. Ma Miliband si è anche distinto dall’Old Labour, definendosi come il partito tanto del settore pubblico quanto di quello privato.

Ed Miliband è stato eletto due anni fa, e in questi mesi ha ricostruito il partito su una piattaforma politica e organizzativa capace di unire tutte le anime, una broad church nelle sue parole. L’unità è, forse, il tema più forte della leadership di Ed, che ha scelto lo slogan “One Nation”. Anni di governo Tory hanno spaccato il paese, mettendo uno contro l’altro: la cultura elitaria della leadership conservatrice ha premiato i milionari, tagliando al contempo i sussidi a disabili, famiglie numerose e donne lavoratrici. Questo ha danneggiato il tessuto sociale, accentuando drammaticamente le disuguaglianze di classe e creando conflitti tra poveri e ricchi, giovani e vecchi, britannici e immigrati.

‘One Nation’ secondo Ed significa responsabilità: ognuno deve fare la sua parte, in uno sforzo collettivo di ricostruzione di una missione nazionale, in un patriottismo inclusivo, di cui fanno parte tutti. Uno sforzo al pari di quello del dopoguerra, quando il paese, unito, creò il Sistema Sanitario Nazionale, che non a caso i Tory stanno smantellando.

Ci sono quasi tre anni alle elezioni del 2015. Ed Miliband sa che per vincerle bisognerà parlare a un paese più povero, segnato dai conflitti sociali e disilluso dalla politica. E sa che, per farlo, ci vuole un piano di lungo termine, una storia di un destino comune.

Io credo davvero che Miliband stia definendo i contorni di una nuova idea socialdemocratica, in cui chi ha le spalle larghe contribuisce di più; in cui lo Stato agisce con rigore e disciplina; in cui tutti fanno la loro parte: sindacati, lavoratori, imprese, in un grande sforzo collettivo per uscire dalla crisi.

Nel cuore del suo discorso, Miliband ha tracciato un piano di riforma del sistema educativo, puntando a innalzare l’obbligo formativo a 18 anni. “Per troppi anni ci siamo occupati del 50% che va all’università, è ora di occuparci del restante 50%”, ha detto martedì, presentando un piano per introdurre un sistema di formazione professionale di qualità, avente dignità pari a quella universitaria. A me ha ricordato il sistema dei politecnici di cui parlava Romano Prodi, e la centralità della formazione professionale in Germania.

“Rebuild Britain” è lo slogan della Conferenza di Manchester. Alcuni vedono più sinistra, altri meno, nel discorso di Miliband. Io ci ho letto il tentativo, riuscito, di presentare una idea nuova di Sinistra, che affonda le radici nei principi del socialismo e li reinterpreta in un’opera di trasformazione radicale della società. E, soprattutto, c’è l’idea di una politica forte, in cui il leader non è il condottiero solitario o il leader televisivo che urla più degli altri, ma è un traghettatore umile, a servizio del paese, capace di unire il partito e tirare fuori lo spirito migliore di un popolo, in cui ognuno è chiamato a fare la sua parte.