Iran e conflitti nel mondo arabo. Sono stati i due poli del discorso che Barack Obama ha tenuto di fronte all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite. Si è trattato dell’ultima apparizione di Obama sulla scena internazionale prima delle elezioni del 6 novembre. Per esigenze di campagna elettorale il presidente è rimasto a New York meno di 24 ore e non ha incontrato gli altri leader mondiali, com’è consuetudine in occasione dell’Assemblea Generale. C’è stato solo il tempo del discorso, in cui Obama ha riaffermato i principi che hanno guidato a suo giudizio la politica estera Usa di questi anni – non ingerenza, sostegno alle richieste popolari, dialogo economico e religioso – ma anche lanciato un nuovo, duro monito a Teheran sulle armi nucleari. Proprio il capitolo dei rapporti con l’Iran era il più atteso. Obama ha detto che “c’è ancora tempo e spazio per la diplomazia” aggiungendo però subito che “il tempo non è illimitato. Un Iran col nucleare non è una sfida che può essere contenuta. Si rischierebbe l’eliminazione di Israele, la sicurezza delle nazioni del Golfo, la stabilità dell’economia mondiale. Ecco perché gli Stati Uniti faranno tutto il possibile per evitare che l’Iran ottenga armi nucleari”.

Più volte nei mesi scorsi Benjamin Netanyahu ha chiesto all’amministrazione statunitense di fissare una data entro la quale l’Iran debba obbligatoriamente bloccare i suoi piani nucleari – che il governo di Teheran ha sempre affermato avere “scopi puramente civili”. Anche in occasione del discorso all’Onu, Obama non ha accolto la richiesta di Israele, preferendo puntare ancora sul concetto già espresso in occasione del suo discorso all’Aipac (American Israel Public Affairs Committee, ndr), lo scorso febbraio: e cioè che il governo americano non ha intenzione di intraprendere alcuna azione militare contro Teheran, ma nemmeno di accettare l’idea di un “contenimento” della potenza nucleare iraniana. “Il presidente ha assicurato che impedirà all’Iran di costruire un’arma nucleare e farà quello che dice”, ha spiegato poco prima del discorso di Obama Ben Rhodes, vice-consigliere alla sicurezza nazionale. La strada resta dunque quella seguita sinora: le sanzioni economiche, finanziarie e sul petrolio di Teheran, stabilite dall’amministrazione americana e poi reiterate dall’Unione Europea, che secondo il Dipartimento di Stato americano stanno colpendo duramente l’Iran. L’embargo sul petrolio avrebbe ridotto di almeno un terzo le esportazioni, portando alla chiusura di pozzi e raffinerie e privando l’economia iraniana di miliardi di dollari ogni mese.

Lo stesso presidente Mahmoud Ahmadinjad ha nelle scorse settimane riconosciuto in un discorso televisivo che l’Iran “incontra difficoltà nel vendere il proprio petrolio”, e che l’amministrazione americana sta conducendo un “guerra nascosta e pesante” contro il suo Paese. Gran parte del discorso di Obama all’Onu è stato però dedicato alle ricadute politiche e militari degli attacchi alle ambasciate americane in Libia ed Egitto. “Continueremo a lavorare per portare davanti alla giustizia chi ha ucciso l’ambasciatore Stevens e gli altri tre americani”, ha detto Obama, che ha nello stesso tempo definito “violente e disgustose” le rappresentazioni del profeta Maometto contenute nel film che ha innescato le proteste. Subito dopo Obama si è però lanciato in una delle più intense ed appassionate difese dei valori del Primo Emendamento e della libertà di espressione che si ricordino durante la sua presidenza. “Come presidente del nostro Paese, io accetto che la gente mi dica ogni giorno le peggiori cose. E difendo il loro diritto di farlo”, ha detto Obama, aggiungendo che gli Stati Uniti difendono il Primo Emendamento perché “in una società composita, gli sforzi per ridurre la libertà di espressione può diventare un mezzo per ridurre al silenzio i critici e opprimere le minoranze. Gli americani hanno combattuto e sono morti nel mondo per proteggere il diritto di tutti i popoli a esprimere il loro pensiero. L’arma più potente nei confronti dell’odio non è la repressione, ma è maggiore libertà”.

Quanto al ruolo degli Stati Uniti in Nord Africa e Medio Oriente, Obama ha riaffermato la volontà di fare in modo che “ogni popolo scelga i propri governanti”, riaffermando il sostegno americano a che cerca la libertà in Siria, Palestina, Libia e nei Paesi che in questi mesi sono stati travolti da proteste e richieste di cambiamento. Il presidente ha ammesso “tensioni tra l’Occidente e il mondo arabo che si dirige verso la democrazia”, ma ha anche escluso che “odio e violenza contro l’America, l’Occidente e Israele possano essere considerati principi politici”. Tutto il capitolo dedicato alle “primavere arabe” è sembrato un’indiretta risposta a chi, negli Stati Uniti, ha più volte criticato la sua politica: i repubblicani, che hanno attaccato l’arrendevolezza di Obama di fronte alle proteste e a chi mette in discussione i valori americani; l’establishment militare e del Dipartimento di Stato, che non ha mai gradito l’esplicito appoggio offerto da Obama ai movimenti democratici in nord-Africa e la liquidazione dei vecchi dittatori; la sinistra del partito democratico e i gruppi pacifisti, che avrebbero voluto un impegno più diretto degli Stati Uniti a favore dei movimenti democratici arabi. L’ultima parte del discorso è stata infine dedicata a un appello a ciò che può unire popoli e culture diverse: “Ciò che mi dà speranza non è l’azione di noi leader. E’ la gente che ho visto. Le truppe americane che hanno rischiato le loro vite lontano nel mondo. Gli studenti di Giacarta e Seoul che vogliono usare la loro conoscenza a beneficio dell’umanità. Le facce in una piazza di Praga o nel parlamento del Ghana, per cui la democrazia dà voce alle loro aspirazioni. I giovani nelle favelas di Rio e nelle scuole di Mumbai, i cui occhi brillano di promesse”.