Quindici anni. Questo il lasso di tempo trascorso dalla prima e ultima volta dei Radiohead a Roma, al concertone del primo maggio. E’ partito da qui ieri sera il tour che li vedrà impegnati ancora per tre appuntamenti, stasera a Firenze, martedì a Bologna e mercoledì a Villa Manin (Ud). In tanti, tantissimi – 26mila – hanno affollato l’Ippodromo delle Capannelle dal pomeriggio. Ed è stata una attesa totalmente ripagata. La calca nelle prime venti file è asfissiante già quando Caribou e la sua band salgono sul palco. Il canadese Dan Snaith propone un elettro-pop molto sui generis, che fa del live la sua dimensione più adatta. Nonostante un live impeccabile nell’esecuzione, a rovinare diversi momenti ci si è messa l’acustica. Dagli impianti uscivano beat asciutti, secchissimi, senza quei bassi unti, trascinanti, quasi trance in certi istanti che rappresentano uno dei suoi marchi di fabbrica. “Jamelia” riesce comunque ad incantare col suo passo felpato e il delirio finale a nome “Sun” spazza via ogni cosa: quasi un quarto d’ora di jam potentissima, con la batteria elettronica e la drum machine a puntellare loop celesti.

Un live breve il suo, che preannuncia – puntualissimo – l’ingresso in scena dei cinque di Oxford. Sono le nove e mezza. Entrano Ed O’Brien, Phil Selway, Colin e Jonny Greenwood, Clive Deamer preso a prestito dai Portishead per la doppia batteria e in ultimo Thom Yorke. I led – fantastica la scenografia – si illuminano, prima d’azzurro, poi d’arancio. L’inizio è devastante, “Lotus Flower” con la sua ritmica secca, l’andirvieni di beat e stasi. Poi d’un fiato “Bloom”, la sincopata “15 Step” fino al primo grande momento comunitario “Weird Fishes/Arpeggi” eseguita in maniera straordinaria: la chitarra a creare una trama leggerissima, la voce, quasi sussurrata a tratti, di Yorke che ondeggia sulle note, il silenzio in mezzo e una discesa da brividi. La sorpresa di “Kid A”, “Morning Mr.Pie” scorrono rapide e “There There” veleggia agilissima, tra sostenuta sezione ritmica e rocciose chitarre in climax.

I momenti topici sono realmente troppi, l’archetto di Jonny accenna movenze à la Jonsi (Sigur Ròs) e parte “Pyramid Song” in un silenzio surreale, e quindi “Planet Telex”, “Staircase”, “Feral” prima di “Idioteque“, uno degli apici della serata. Parte quel beat riconoscibilissimo, quella techno amata da chi la techno la detesta. L’ossessività di quel suono quasi claustrofobico ed alieno, Yorke che impazzisce, si dimena e sbraita, un viaggio di balli e teste all’insù che si chiude in un lampo. E in parte a me una ragazza dai capelli biondo platino, innamoratissima di Yorke, che malediva il ragazzo altissimo di fronte a lei, chiama l’amica nel bel mezzo di questo delirio, cellulare al cielo e testa che roteava. Escono dal palco, tempo qualche secondo, la folla che acclama e rieccoli. Silenzio ancora ed “Exit Music (For A Film)” ammutolisce tutti, col piano a dettare il tempo, prima del tripudio di suoni centrale. Una dolcissima “House Of Cards”, “Daily Mail” (dedicata a mr. Berlusconi), la potenza elettrica di “Myxomatosis” vengono inanellate con incredibile facilità, prima del delirio di Paranoid Android, in quei sette minuti si scatenano le chitarre, le batterie marciano spedite, il basso ingrossa le fila di un inno generazionale. Urlano le persone scrosciano gli applausi. Riescono, risalgono. Ultima tripletta di canzoni da brividi: “Give Up The Ghost” e “Recnocker” stendono tappeti di velluto col loro passo delicatissimo, “Everything In Its Right Place” segna un finale trance-elettronico da lacrime.

(foto: lapresse.it)