Il voto cattolico è una grande prateria. Sarà di chi lo conquista con programmi concreti su famiglia, lavoro e sviluppo economico. Sarà di chi lo convince attraverso un radicale cambio di classe dirigente, facendo piazza pulita dei privilegi della casta. La classe politica ha mostrato scarsa attenzione alla precisa inchiesta Ipsos sul voto cattolico, presentata dalle Acli. Forse per una coda di paglia. L’Udc perché si è aggrappata al vecchio format appena ritoccato con la sigla “Italia”, il Pd perché per quasi due anni si è lasciato incantare da Marchionne, il Grillo-pensiero perché autisticamente segue la programmazione di Casaleggio, il Pdl perché non sa dove sbattere a parte le buffonate di Berlusconi sull’Imu. Intanto un dato. Questo autunno segna sia l’archiviazione del “partito cattolico” sia la dismissione del “partito nazionale”, che Casini voleva fondare. E segna la rinuncia dell’associazionismo cattolico a fare “movimento”.

Parcheggiate nei pressi dell’Udc, le associazioni bianche auspicano blandamente un centrosinistra riformatore senza impegnarsi in battaglie. Un modo di stare alla finestra. Ma i singoli elettori cattolici che vogliono? Intanto cestinano la proposta di un partito bianco. Piace solo al 9%. Chiedono invece compattamente (55% un rinnovamento radicale delle classi dirigenti dei partiti e un quarto della galassia bianca si aspetta il ritorno a una netta differenziazione tra valori di destra e di sinistra. C’è grande insoddisfazione per i partiti attuali, che attraggono consenso da appena poco più di un terzo dell’elettorato (37%). Più della metà degli interrogati sogna disperatamente una forza politica nuova o almeno una lista espressione della società civile. Il desiderio di novità sfocia – e non è paradossale – in un attendismo, che si potrebbe definire disincantato. “Stando così le cose…”, la maggioranza preferisce continuare con la formula di governo attuale: o grande coalizione (28%) o Monti bis (24%). È sintomatico che né la proposta di un governo di centrosinistra né di uno di centrodestra accenda gli animi. Tifa per il primo un minuscolo 15 per cento e per il secondo il 14. E anche nelle intenzioni di voto (ma solo rapportato al nucleo minoritario dei cattolici praticanti che vanno a messa ogni domenica) Pdl e Pd si bilanciano con un gradimento intorno al 25 p.c. Al Movimento 5 Stelle va il 13, all’Udc l’11 per cento. Il programma, che interessa il cattolico, deve contenere politiche concrete per la famiglia, il lavoro e la lotta alla povertà. In prima linea tra le motivazioni per andare a votare stanno “lotta agli sprechi e alla corruzione, sviluppo economico e rafforzamento dell’economia italiana, difesa del potere d’acquisto dei salari”. Segue la lotta alla criminalità.

In questo quadro risuona con percentuale bulgara (92%) il grido per la riduzione degli stipendi parlamentari e la trasparenza dei finanziamenti ai partiti. Quanti alla Camera tentennavano sulla certificazione esterna dei soldi concessi ai gruppi parlamentari, non hanno capito niente dello stato d’animo del Paese. Non è in sintonia con la pancia del mondo cattolico nemmeno la gerarchia ecclesiastica, che pretende di rappresentarlo politicamente quando si arriva ai dei temi cosiddetti etici. Le questioni, che il Vaticano considera “principi non negoziabili”, non interessano il mondo cattolico. Difesa della vita, aborto, coppie di fatto sono temi di discussione solo per un frammento che si ferma al 7%. Significa che il cattolico del quotidiano vuole risolverli per conto proprio, in base alla propria coscienza e senza interferenze politiche della alte sfere ecclesiastiche. I numeri parlano chiaro: l’80% dell’elettorato cattolico chiede praticamente che il Parlamento possa lavorare in pace. Il 45 sostiene la laicità della politica e una sintesi dei valori cattolici con le altre culture, mentre il 37 considera le posizioni della Chiesa “fin troppo presenti”. È un’indicazione stramaggioritaria, di cui tener conto quando si riparlerà della legge sul testamento biologico. Lo schieramento trasversale, che nega l’autodeterminazione, non rappresenta i cattolici.

Su questo sfondo la voglia di votare è molto tiepida. Incerti e disincantati, gli elettori cattolici felici di votare sono appena il 17%, un 29 farà il suo dovere “ma senza troppo entusiasmo”, un altro 26 deciderà soltanto “se trova una lista che lo rappresenta”. È lo specchio di una moderata depressione.

Il Fatto Quotidiano, 20 settembre 2012