Sono talora rosso sangue, i frutti della Primavera. Specie se la stagione è stata violenta e cruenta, come nella Libia, che ancora cerca la strada del dopo Gheddafi. Incerti i fatti e confuso il contesto, di quanto avvenuto la scorsa notte a Bengasi, perché l’analisi possa essere già articolata. Ma si possono fare alcune considerazioni e alcuni interrogativi possono essere posti, a cominciare dal valore della rivendicazione di Al Qaeda che si attribuisce un’azione cui può avere partecipato, ma che non ha necessariamente organizzato. 

Prima considerazione: quando c’è di mezzo il Corano e Maometto, noi occidentali avvertiamo spesso una sproporzione tra quelle che percepiamo come offesa e reazione –accadde, molti anni fa, per Salman Rushdie, o più di recente per le vignette danesi, o per il rogo dei corani in Florida, e ancora in molti altri casi-. Sproporzione che, invece, non appare evidentemente tale a chi protesta con rabbia che uccide, ma pure a rischio della propria vita.

Seconda considerazione: chi fa montare la protesta e la indirizza, non chi è folla che manifesta, può usare queste circostanze per misurare la propria forza, o per darne una misura, sul piano interno e, in minor misura, su quello internazionale. Un modo per dire ai propri interlocutori: vedete quanti siamo e che cosa sappiamo fare.

Terza considerazione: la capacità delle forze dell’ordine locali di tenere sotto controllo la protesta, come è apparentemente avvenuto in Egitto e come non è avvenuto in Libia, può essere funzione sia dell’efficienza e dell’organizzazione dell’apparato pubblico –e quello libico, rispetto all’egiziano, è carente – sia di una minore, o maggiore, connivenza con quanto sta avvenendo e con chi lo fomenta.

Certo, i tre americani, l’ambasciatore e due marines, uccisi a Bengasi sono la prova che l’integralismo è presente nella società libica ed è capace di esplosioni di violenza; e, inoltre, che l’America ne continua a essere percepita come un nemico e un ostacolo, nonostante nello specifico il contributo al rovesciamento del regime di Gheddafi e l’aiuto alla ricostruzione e in generale l’atteggiamento dell’Amministrazione democratica di apertura e dialogo verso il Mondo islamico.

Apertura e dialogo che non vengono invece riflessi nei commenti di quanti, in Italia, parlano dell’Islam come “religione che uccide”: la religione ha spesso ucciso, ma non è stata solo l’Islam.