Alberto Contador è tornato. E ha rivinto. A distanza di poco più di un mese dal termine della squalifica per doping, il ‘Pistolero’ (così chiamato per il modo di celebrare le vittorie, mimando uno sparo) si è aggiudicato la Vuelta a España 2012. E sul traguardo di Madrid, ieri, ha festeggiato non con la sua classica esultanza, ma mostrando il numero sette con le dita delle mani. Sette, come le sue vittorie nei cosiddetti “Grandi Giri”. Inclusi il Tour de France 2010 e il Giro d’Italia 2011, che invece gli sarebbero stati revocati per doping. E così riapre una ferita mai cicatrizzata.

Quello della Vuelta è un risultato ambivalente per il mondo delle due ruote. Il ciclismo ritrova un suo protagonista indiscusso, il miglior interprete di questa disciplina nel dopo Armstrong, per certi versi (la spettacolarità) anche superiore all’americano. Grazie a Contador il Giro di Spagna è stato entusiasmante, nonostante i corridori italiani abbiano fatto solo da comparse: una grande impresa di Cataldo e un guizzo di Bennati, per il resto nulla; nella classifica generale il primo dei nostri è stato Rinaldo Nocentini, 18esimo, mentre Damiano Cunego ha chiuso solo al 33esimo posto.

Per fortuna c’era “el Pistolero”: lo spagnolo è uno dei pochi ad essere in grado di infiammare una corsa nell’epoca dei tatticismi e dei distacchi centellinati. Lo ha dimostrato bene nella diciassettesima tappa, la Santander-Fuente Dè, sulla carta frazione interlocutoria, in realtà decisiva: quando mancavano una cinquantina di chilometri al traguardo, Contador ha sferrato in pianura un attacco che lui stesso nel dopo tappa non ha esitato a definire “folle”, ma che ha mandato in crisi il leader della generale, Joaquin Rodriguez. Rodriguez è arrivato al traguardo con oltre due minuti di ritardo, e ha dovuto cedere la maglia ‘Roja’ (simbolo del primato) a Contador, che l’ha conservata sino a Madrid.

Questo nell’arco di tre settimane in cui Contador non ha brillato. Non ha vinto a mani basse, come già in passato; e del resto era impensabile che lo facesse, dopo sei mesi di assenza dalle gare. Ha sofferto in montagna, dove la parte dei leoni l’hanno fatta appunto Rodriguez (vincitore di tre tappe, terzo alla fine), e il redivivo Valverde, un altro che ha alle spalle diversi trascorsi per doping (per lui due tappe e secondo posto finale). Ma grazie ad una maggiore continuità, alla supremazia a cronometro e stavolta anche ad un pizzico di follia, sul gradino più alto del podio ci è salito ancora lui. Per l’ennesima volta.

E quel numero sette, esibito e rivendicato con tanto orgoglio, è più di un sassolino tolto dalla scarpa. Fa male al ciclismo. Perché le sentenze si rispettano, ma per i tifosi diventa davvero difficile ricordarsi che il Tour 2010 e il Giro 2011 secondo gli albi d’oro non sono suoi ma di Schleck e Scarponi. Specie dopo una simile prova di forza. Pure il tanto celebrato successo di Bradley Wiggins all’ultima Grande Boucle perde d’importanza: se ci fosse stato lo spagnolo il risultato sarebbe stato lo stesso?

E vien da chiedersi anche chi avesse ragione, dopotutto. Contador si è sempre proclamato innocente per quella strana, minima (50 picogrammi, ci sono dieci 0 decimali dopo la virgola…) positività al clenbuterolo. L’aveva spiegata come un caso di contaminazione alimentare. Alla fine prevalse la tesi colpevolista, nonostante l’ipotesi della “bistecca contaminata” e della trasfusione fossero “ugualmente improbabili”; il clenbuterolo era dovuto verosimilmente a degli “integratori contaminati” (non necessariamente dopanti), però Contador non era stato in grado di provare la sua innocenza. Questa la sentenza del Tas. Ma tra indizi sospetti, assoluzioni (in primo grado), ricorsi, condanne, revoche di titoli e squalifiche retroattive (di due anni, scontata effettivamente per sei mesi) il risultato è solo una gran confusione. La morale della favola è che, con o senza doping, il più forte è Alberto Contador. Ma la storia non sembra avere un lieto fine. Almeno non per il ciclismo.