Le società moderne sono caratterizzate dalla molteplicità degli stili di vita. Il che implica, da un punto di vista logico (oltre che richiederlo a partire dal rispetto per i bisogni delle persone) la tolleranza vicendevole.

A noi tutti infatti piace sentirci liberi di pensare con la nostra testa e di vivere a modo nostro, senza che altri ci impongano il loro. Per cui ci sorprendiamo spesso a vicenda: il vicino di casa ha le sue convinzioni, i suoi valori e i suoi modi di vivere, che probabilmente, se viviamo in questa molteplicità, saranno diversi dai miei e, quindi, mi stupiranno.

Stupirci è allora la risorsa richiesta dalla società moderna, l’alternativa alla reazione più antiquata, che era tipica delle comunità tradizionali, quando invece, di fronte al diverso, si reagiva col rifiuto, e ci si arrabbiava. L’aspettativa generalmente condivisa era infatti: si deve ubbidire a quel che l’autorità e la tradizione richiedono. E un’aspettativa forte, se delusa, facilmente produce un sentimento di rabbia: e ci sembra di “aver ragione” a sentirla. Ma non si passa da una società tradizionale ad una moderna o postmoderna girando la pagina del calendario: la transizione è lunga, il disagio verso il nuovo ne è un sintomo e ognuno fa quel che può e come può per gestirlo.

Il prezzo da pagare perché possa esistere la libertà di disegni di vita tipica della modernità è l’accettazione del diverso, e di regole e autorità diffuse; è la tolleranza per modi di vita che non comprendiamo né condividiamo, certo nella misura in cui non danneggiano nessuno, non provocano sopraffazione o dolore.

Tuttavia il termine tolleranza non mi pare adatto a farci sentire il valore di risorsa implicito in questa pluralità, in questa ricchezza di stili di vita: come mi sento se mi dici: “ok, Ludo, ti tollero…”? Vuol dire “ti sopporto, mi costa fatica, ma ok, ce la posso fare”. Se non mi fa piacere sentirmi “tollerata” o “sopportata”, posso immaginare come si sentano altri, nella stessa situazione.

Chi mi “tollera” implicitamente mi svalorizza: non vede la bellezza, almeno per me, del mio modo di vivere, ma mi vede dall’alto della propria presunta superiorità. Fa un confronto tra il suo modo di vedere le cose e il mio, e non li vede come diverse possibilità, egualmente pensabili e vivibili, di gestire la nostra comune umana impotenza e transitorietà su questa Terra.

Se comprendo dunque che sentirmi tollerata non è piacevole, ma che in genere le persone aspirano a sentirsi al sicuro, riconosciute nel loro valore di persone, accettate nella loro fondamentale stranezza ed eccentricità, ecco che posso sentire, almeno da un punto di vista logico, il nostro comune bisogno di simpatia, empatia, benevolenza, compassione, e a volte misericordia.

Ma nessuno vuole sentirsi compatito: ci piace forse che l’altro provi pietà nei nostri confronti? Uhm, posso generalizzare a partire da me? Che a tutti gli altri piaccia sentirsi compatiti?

E la misericordia? Questo antico valore cristiano, implica il non aspettarsi un comportamento adeguato, da parte dell’altro, in cambio della propria benevolenza: non è un “dare-avere” – sono gentile con te se tu lo sei con me -, ma una scelta unilaterale. Infatti è un concetto che si usa pensando ad un essere superiore, divino, o a un santo, capace, appunto, di misericordia, senza chiedere nulla in cambio, ma proprio verso noi umani, bisognosi, desideranti e limitati dalle nostre paure. E per riuscirci, un essere simile, ha bisogno di aver superato ogni paura.

E’ quest’ultima, credo, a renderci a volte difficile la vera accettazione degli altri, e così come sono. Hermann Hesse, in un suo bellissimo saggio del 1917 (“Von der Seele”) dice che è il nostro desiderio che gli altri siano come noi abbiamo bisogno che siano – e confermino il nostro bisogno di conferma del nostro modo di vivere, a farceli vedere in modo distorto. Una persona che io veda attraverso la lente del mio timore, della mia speranza, del mio desiderio, delle mie richieste: questa persona non la vedo assolutamente, non come-si-sente-in-sé, nel suo essere, per sé, il centro e il protagonista del suo mondo, e non un’utile (o spaventosa) comparsa del mio. Hesse scrive: “Non appena il nostro volere si calma e osserviamo semplicemente, con visione pura e dedizione, tutto cambia: l’altro essere umano cessa di essere utile o fonte di pericolo, interessato o noioso, buono o rozzo, forte o debole. Diventa parte della natura, bello e meraviglioso come ogni cosa su cui si posi il nostro puro osservare”, un osservare non-difensivo e non-giudicante.

Se per qualche istante riusciamo a vederli così, gli altri ci appaiono molto diversi dal solito. Vediamo la loro stranezza e originalità, il loro risultarci incomprensibili, come meraviglie della natura. E ci sorridiamo a vicenda, sollevati dalla possibilità di non capirci per nulla, e che va bene così, benevolmente.