Nella mia esperienza di pubblico ministero ho avuto a che fare con due generi di atteggiamento omertoso e reticente.

Quando lavoravo in Sicilia in alcuni casi era facile comprendere che il silenzio e la mancanza di collaborazione con l’autorità derivavano da timori non del tutto infondati. Non si tratta certo di giustificare silenzi o di parlare di necessaria “convivenza con la mafia”, lo si racconti a Libero Grassi!); tuttavia era ben chiaro in base a quali “calcoli” veniva fatta la scelta di non dire la verità o di non dirla tutta. Al primo posto veniva messa l’incolumità personale, sacrificando così l’affermazione della legalità e la punizione del colpevole. Grazie al timore del singolo le organizzazioni criminali (in particolare quelle mafiose, ma non solo) perpetuano una tirannia sulla collettività, che spesso decide di non sostenere, non difendere e non stare al fianco della vittima o del testimone che si espone per aiutare la giustizia a fare il suo corso.

Questa logica miope da evidentemente pessimi risultati perché non fa che consentire nuovi abusi, prepotenze e reati e dimentica che la debolezza del singolo potrebbe essere sostituita dalla forza del collettivo…

In contesti di diffusa illegalità perché i cittadini cambino atteggiamenti è anche indispensabile che lo Stato torni ad essere forte e credibile; la magistratura e le forze dell’ordine devono avere sostegno e autorevolezza per invertire la logica e non far sentire soli e indifesi la vittima o il testimone.

Lavorando nelle procure del Nord ho notato un altro genere di atteggiamento omertoso, di natura e origini completamente diverse. Anche a queste latitudini capita di imbattersi in reticenze che ostacolano o quanto meno rallentano il corso delle indagini: la cosa sconcertante è che dietro a queste opacità vi è “soltanto” il desiderio di starne fuori e di non avere a che fare con la giustizia: l’obiettivo è solo “non essere coinvolti”.

In questi casi non vi sono ragioni sostanziali per temere ritorsioni o punizioni, ma soltanto un generico e atavico sentimento di diffidenza verso la giustizia e le persone che la rappresentano; a volte si percepisce persino che venga sentito come sconveniente anche l’essere semplicemente testimone innocente di un fatto rilevante!

Non posso dire quanto sia diffuso questo atteggiamento (è lavoro per sociologi), ma l’esperienza mi fa riflettere e mi pare che non sia un accidente casuale, bensì uno dei frutti marci di una cultura di demolizione della legalità e delle istituzioni che è stata da molti seminata e coltivata in questi anni.

La giustizia è troppo spesso guardata con cinismo e rassegnazione, senza comprendere che l’unico modo per recuperare legalità è proprio  fare ciascuno il suo dovere e ridare fiducia e sostegno a chi cerca di accertare fatti e responsabilità.

Non si tratta di fare il tifo o di essere eroi, ma di comprendere che magistratura e forze dell’ordine “appartengono” a tutti perché sono cardini del nostro vivere insieme e argini alle prepotenze dei forti e dei furbi contro i giusti e gli inermi.

Ai tempi di Mani Pulite c’era la coda per andare a confessare: per un breve lasso di tempo la legalità sembrava l’unica scelta possibile. Poi siamo tornati alla patologica normalità italiana: altro che confessare… si nega anche l’evidenza e non ci si vergogna di nulla. E anche chi sa e potrebbe dare un contributo resta chiuso e ripiegato.