Anche ad agosto, i tribunali del regno del Bahrain hanno lavorato a pieno regime. Alla sbarra continuano a succedersi difensori dei diritti umani ed esponenti di primo piano dell’opposizione che da un anno e mezzo sfida la dinastia degli Al-Khalifa, chiedendo riforme, democrazia e fine della discriminazione ai danni della maggioranza sciita

Mercoledì scorso, con un gesto che intendeva essere magnanimo, Nabeel Rajab è stato assolto dall’accusa di diffamazione, per la quale il 9 luglio era stato condannato a tre mesi di carcere (pena quasi del tutto scontata, dato che era stato arrestato a giugno e poi scarcerato per due settimane).

In primo grado Rajab, presidente del Centro per i diritti umani del Bahrain, era stato giudicato colpevole di “aver diffamato pubblicamente la popolazione di al-Muharraq e di averne messo in discussione il patriottismo con vergognose affermazioni utilizzate sui social network”. Il 2 giugno, Rajab aveva postato un tweet indirizzato al primo ministro, lo sceicco Khalifa Bin Salman Al-Khalifa, che aveva appena visitato la città di al-Muharraq, in cui scriveva che la folla che lo aveva accolto plaudente e osannante era stata pagata.

Appena una settimana prima della generosa assoluzione, il 16 agosto Rajab era stato condannato a tre anni di carcere per aver preso parte a un “raduno illegale” in relazione a una manifestazione svoltasi il 6 febbraio di quest’anno.

La condanna di Rajab si è ritorta contro la famiglia reale. La situazione dei diritti umani nel Bahrain, rimasta finora costantemente nell’ombra salvo la breve parentesi del Gran Premio di Formula 1 nell’aprile di quest’anno, sta conoscendo una nuova fase di attenzione. Rajab è stato citato da Assange, nel suo discorso dall’Ambasciata dell’Ecuador a Londra, tra i casi di repressione della libertà d’espressione e persino il dipartimento di Stato degli Usa (grandi fornitori di armi e protettori del Bahrain, dove ha sede la Quinta flotta della marina militare) ha dovuto dire qualcosa. Il sito del New York Times ha pubblicato un’ottima video-inchiesta.

L’appello è previsto il 10 settembre, ma vi sono tutte le premesse per un rinvio. Questa infatti è l’altra tattica dei giudici reali.

Il 14 agosto, infatti, la Corte d’appello del Bahrain avrebbe dovuto finalmente decidere la sorte di 13 noti attivisti, difensori dei diritti umani e oppositori. Il 22 giugno 2011 un tribunale militare speciale aveva emesso sette condanne all’ergastolo, quattro a 15 anni e due a periodi minori di carcere, in tutti i casi  per meri reati di opinione. Tre mesi dopo, il 28 settembre, in un processo farsa durato pochi minuti, una corte marziale d’appello aveva confermato le condanne.

Grazie alla mobilitazione delle organizzazioni per i diritti umani e alle pressioni di alcuni governi, ma soprattutto allo sciopero della fame durato oltre 100 giorni di Abdulhadi Al-Khawaja, il 30 aprile di quest’anno la Corte di cassazione aveva stabilito che l’appello si sarebbe celebrato di fronte a un tribunale civile.

 Nonostante l’estromissione dei giudici militari, anche durante l’attuale processo, iniziato il 22 maggio, non sono mancate le irregolarità: i testimoni della difesa non sono stati chiamati a deporre, le ultime udienze si sono svolte a porte chiuse e non risulta siano state prese in esame né indagate le torture (pestaggi, aggressioni sessuali e altro ancora) denunciate dagli imputati nei primi giorni di carcere, per costringerli a confessare di avere (cito dalla sentenza di primo grado) “costituito un gruppo terroristico per rovesciare il governo reale”.

L’udienza è stata rinviata ai primi di settembre. A settembre, ottobre e novembre si svolgeranno tre distinti processi, tra primo grado e appello, nei confronti di Zainab Al-Khawaja, una delle figlie di Abdulhadi. La storia del suo attivismo per i diritti umani è in questa intervista.

Fino al 23 settembre, infine, sono destinati a rimanere in carcere due ragazzini di 15 anni, Jehad Sadeq Aziz Salman ed Ebrahim Ahmed Radi al-Moqdad, per la consueta imputazione di partecipazione a raduno illegale. In precedenza un minorenne, Ali Hassan, 11 anni, era rimasto in carcere oltre un mese prima di essere scarcerato il 5 luglio e affidato per un anno ai servizi sociali. Lo convinceranno che manifestare per la libertà è sbagliato?