Il vertice straordinario dell’organizzazione della Cooperazione Islamica convocato alla Mecca per il 14 agosto scorso si è concluso, dopo due giorni, con la decisione di sospendere la Siria dall’organizzazione. Una decisione attesa, che segna sempre più l’isolamento del regime di Assad, ma che sottolinea le contraddizioni politiche all’interno del mondo islamico.

L’Oci nasce nel 1969 in Marocco, ed è composta da 57 stati in tutto il mondo. Gode di un seggio permanente, come osservatore, alle Nazioni Unite e ha come scopo “la salvaguardia degli interessi e lo sviluppo delle popolazioni musulmane nel mondo”. Il quartier generale è a Gedda, in Arabia Saudita; l’attuale segretario generale è il diplomatico turco Ekmeleddin İhsanoğlu. Un consesso che, all’esterno, punta a rendere l’immagine di una umma (nazione islamica) compatta e solidale, ma che diventa invece teatro delle tensioni tra le due anime dell’Islam: sunniti e sciiti. Nel comunicato finale del vertice si legge che la sospensione di Damasco “è stata decisa per dare un segnale forte che possa mettere fine alla violenza nel Paese”.

L’Oci, però, non ha mai censurato la dura repressione degli sciiti in Bahrain e Arabia saudita, come denuncia un rapporto di Human Rights Watch. Il 18 agosto scorso, in Bahrain, Nabeel Rajab, simbolo della rivolta della maggioranza sciita governata da una monarchia sunnita, è stato condannato a tre anni di carcere per aver organizzato le manifestazioni che un anno fa, hanno scosso la monarchia del Golfo Persico. Rajab, direttore del Centro per i Diritti Umani di Manama, è divenuto il simbolo delle migliaia di sciiti imprigionati e delle decine uccisi durante le manifestazioni che per mesi hanno messo a ferro e fuoco il Paese. Solo l’intervento militare saudita ha riportato la famiglia reale del Bahrain a riprendere il controllo del Paese. Non prima, però, di aver represso la minoranza sciita in Arabia Saudita. Gli sciiti delle province orientali, in più occasioni, sono scesi in piazza per chiedere la fine degli arresti arbitrari di leader religiosi da parte del governo di Riad, ma sono stati affrontati dai reparti speciali dell’esercito saudita che, come denuncia un report di Amnesty International, hanno soffocato nel sangue le proteste.

L’Oci si muove secondo l’agenda politica delle due grandi potenze sunnite: Arabia Saudita e Turchia che, in questo momento, sono unite dall’idea di rovesciare Assad. La fine del regime di Damasco, di confessione alauita, vicino agli sciiti, indebolirebbe l’Iran, punto di riferimento sciita nel mondo. Il re saudita, Abdallah Abel Aziz bin Saud, al vertice della Mecca, ha voluto alla sua destra l’emiro del Qatar (ormai attore chiave dello scenario internazionale), Hamad bin Khalifa al-Thani, e alla sua sinistra il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad, per dare simbolicamente un segno di distensione. L’Iran, però, si è opposta alla sospensione della Siria che, senza Teheran, sarebbe potuta essere un’espulsione. In una nota diffusa alla fine del vertice, il governo iraniano ha sottolineato tutto il suo disappunto per la misura contro Damasco. “La sospensione della Siria è ingiusta e il governo siriano avrebbe dovuto essere invitato al summit per difendersi”, ha dichiarato il ministro degli Esteri iraniano, Ali Akbar Salehi, rendendo sempre più evidente come il destino del regime siriano è ormai una partita che coinvolge il destino dell’intera regione.