“Damasco è pronta a discutere anche delle dimissioni del presidente Bashar al Assad nel quadro di un processo di negoziazioni con l’opposizione. Ma non prima dell’inizio di questi negoziati”. In una giornata di violenze, tra Aleppo e la capitale, il vicepremier siriano Qadri Jamil da Mosca dove ha incontrato il ministro degli esteri russo spiega:”Chiedere le dimissioni di Assad prima che siano trovati i meccanismi (del processo negoziale, ndr) utilizzabili dal popolo siriano non è democratico, si tratta di un tentativo di imporci una certa decisione, ma nel quadro del dialogo si può discutere di qualsiasi problema, anche di questo. Ma porre questa condizione prima dell’inizio del dialogo rende impossibile la discussione”. Tanto che Jamil risponde con durezza agli Stati Uniti accusando gli americano di pensare a un’invasione in stile Iraq.

Dopo le dichiarazioni del presidente Usa Barack Obama sull’ipotesi di intervenire militarmente in Siria in caso si accerti l’uso di armi chimiche Jamil parla di “una minaccia propagandistica che si lega alla sua campagna elettorale. Le dichiarazioni dei Paesi occidentali sulle armi chimiche in Siria sono il pretesto per un’invasione”. Da Mosca è Jamil Qadri, vicepremier siriano, a rispondere agli Stati Uniti dopo un incontro col ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov. Secondo Jamil, che ha parlato in conferenza stampa, “l’Occidente sta cercando un pretesto per interferire direttamente negli affari del nostro Paese”. Jamil ha avvertito che un intervento militare in Siria porterebbe a un “confronto più ampio dei confini siriani”. Jamil ha definito l’incontro a Mosca “una visita politica che ha uno scopo politico: la nostra posizione è per un dialogo necessario senza nessuna condizione preliminare. Ma chi chiede il dialogo deve proporre la propria visione pacifica per l’uscita dalla crisi. Nulla è vietato in questo dialogo – ha proseguito – ma ci sono principi determinati da seguire: rifiutare qualsiasi intrusione negli affari interni della Siria, e ogni violenza in qualsiasi forma. I colloqui senza questi due principi non posso sussistere né portare a nulla”.

Jamil aveva già guidato una delegazione siriana a Mosca lo scorso 3 agosto, quando aveva strappato la promessa di forniture energetiche e altre forme di assistenza. Allora, al termine del colloqui non era stato preso alcun impegno reale da parte del Cremlino. Oggi Jamil ha reso noto che la questione di un possibile prestito russo a Damasco non è stata discussa. Mosca, insieme a Pechino, si è dissociata dal coro internazionale di proteste contro il regime di Bashar al-Assad e ha posto il veto su tre risoluzioni Onu contro la Siria. Un lungo tira e molla diplomatico che aveva spinto alle dimissioni l’inviato speciale dell’Onu e della Lega Araba Kofi Annan. 

Il sostegno di Mosca è ancora tutto lì, anche oggi ministro degli esteri russo Serghiei Lavrov ha lasciato intravedere una piccolissima crepa: “Il governo siriano agisce nella giusta direzione ma i passi che fa verso la riconciliazione nazionale sono insufficienti” anche se a parere della Russia i Paesi stranieri devono limitari a “creare le condizioni per il dialogo”, senza “ingerenze”. ”Giudicando da quello che vediamoin Siria, questi passi volti verso la riconciliazione nazionale sono ancora insufficienti, ma siamo convinti che non c’è una alternativa alla continuazione di questa linea”, ha osservato il capo della diplomazia russa. “Naturalmente ci sono fattori esterni in questa situazione, ma resta il fatto che una parte significativa del popolo siriano è scontenta del suo modo di vivere, e proprio per questo la riconciliazione nazionale diventa l’obiettivo numero uno”.

Il botta e risposta a distanza arriva al culmine di un’altra giornata di violenti combattimenti, specialmente ad Aleppo. Entrambe le parti affermano di essere in vantaggio. I ribelli del Free Syria Army, attraverso uno dei comandanti sul campo, il colonnello Abdel Jabbar al-Okeidi, dicono di controllare il 60 per cento della città: “Ogni giorno conquistiamo nuovi distretti”, ha detto al-Okeidi all’Agence France Presse. Ma la stessa Afp ha citato fonti del governo di Damasco secondo le quali “queste affermazioni sono completamente false: è il nostro esercito che sta lentamente avanzando. I gruppi terroristici di tanto in tanto escono dai loro quartieri e attaccano altrove solo per poter dire ai media internazionali che sono in grado di avere questa o quella strada sotto il proprio controllo”. Secondo il colonnello dell’Fsa, invece, “i cittadini di Aleppo sono con noi. Altrimenti non avremmo potuto resistere per un mese intero”. Dopo oltre un mese, quindi, la battaglia per Aleppo non sembra prossima alla fine, mentre nuovi combattimenti sono stati registrati anche nei pressi della capitale Damasco. Secondo Al Jazeera, i caccia e gli elicotteri d’attacco che hanno continuano a colpire Aleppo, si sono accaniti anche contro un villaggio nei pressi della capitale, radendolo quasi completamente al suolo. Secondo l’Associated Press, almeno 23 combattenti dell’Fsa sarebbero stati uccisi. 

Intanto non si fermano le violenze in Siria. Oltre ai due giornalisti morti, una reporter giapponese e turco e altri che risultano dispersi i comitati di coordinamento locali fanno sapere che i corpi di una quarantina di persone, giustiziate con colpi di arma da fuoco alla testa, sono stati rinvenuti oggi nei pressi di Damasco. I corpi sono stati trovati nei sotterranei della moschea Omar di Muaddamiya, sobborgo a sud-ovest della capitale. Testimoni e attivisti hanno riferito oggi dell’ingresso di blindati e carri armati dell’esercito di Damasco all’interno della cittadina, roccaforte dei ribelli anti-regime. Secondo le testimonianze riferite dai Comitati di coordinamento, i militari sono penetrati nel primo pomeriggio nel sobborgo protetti dai blindati, dando fuoco ai negozi, alle abitazioni civili e uccidendo sommariamente i civili in fuga. Gli attivisti stimano attorno a 50 uccisi il bilancio provvisorio dei raid governativi tra ieri e oggi. Dal canto suo, l’agenzia ufficiale Sana non fa alcun riferimento alle violenze riportate a Muaddamiya, da ieri sotto i colpi dell’artiglieria governativa e dei bombardamenti di elicotteri militari. 

E mentre la situazione in Siria continua ad avvitarsi in un conflitto senza apparente via d’uscita, è in Libano che la tensione sta salendo. Di nuovo, nella città di Tripoli, nel nord del paese, dove vive una cospicua minoranza alawita, ci sono stati scontri armati tra sunniti e alawiti. Almeno due persone sono morte e una sessantina sono rimaste ferite nelle sparatorie tra gruppi di uomini armati dei quartieri di Bab el-Tabbaneh (sunnita) e Jebel Mohsen (alawita). Tra i feriti, almeno nove soldati dell’esercito libanese che è intervenuto per cercare di far cessare gli scontri, scoppiati tra lunedì e martedì. Cinque soldati sono rimasti feriti quando una granata è stata lanciata contro un posto di blocco dell’esercito, impegnato in una serie di perquisizioni nei due quartieri per recuperare le armi usate dalle due parti. 

di Joseph Zarlingo