Nel maggio del 2008 Massimo Romano, direttore generale delle Entrate, pubblicò on line le dichiarazione dei redditi presentate dai contribuenti italiani.

Il garante della privacy, Francesco Pizzetti, bloccò l’iniziativa e le dichiarazioni sparirono dalla sera alla mattina. Romano fu anche indagato dalla procura di Roma per violazione della privacy. Dopodiché, uso a ubbidir tacendo e tacendo morir, disse che l’iniziativa era stata sua, che il ministro Visco non ne sapeva niente e diede le dimissioni. Le dichiarazioni dei redditi degli italiani continuarono a rivaleggiare con il terzo segreto di Fatima e gli evasori spesero un po’ del loro bottino per brindare con champagne millesimato. Nell’agosto 2012 il governo di Sua Maestà (per intenderci: in Inghilterra) ha fatto pubblicare on line le foto dei grandi evasori e ha chiesto ai cittadini di aiutarlo a trovarli perché li vuole arrestare.

Il modello anglosassone

Dopodiché noi ci permettiamo ancora di avercela con Angela Merkel e i cattivoni del Nord dell’Europa che non vogliono regalare soldi all’Italia perché pensano che, prima, deve fare i compiti a casa e, tra questi, identificare gli evasori fiscali e prendergli il bottino: 160 miliardi di euro all’anno basterebbero a dimezzare il debito pubblico in 6 anni circa.Tutti allora ci presterebbero soldi e il famoso spread farebbe invidia perfino ai borgomastri della Bassa Baviera.

L’iniziativa inglese ci fa capire anche un’altra cosa stupefacente: lì gli evasori fiscali li mettono in prigione. La notizia cagionerà certamente uno shock a Mario Monti, che ha spesso indicato nell’evasione fiscale la manna dell’immenso debito pubblico italiano (non ha detto che il papà è il voto di scambio che ha mantenuto per decenni al potere gli stessi farabutti di sempre). Perché lui sa che di evasori fiscali in carcere, in Italia, non ce n’è nemmeno uno. Magari qualche corruttore o corrotto accusato anche di frode fiscale sì; ma solo per evasione fiscale, la cosiddetta dichiarazione infedele, nessuno. Il mio ex collega Davigo mi ha raccontato, tra il riso e il pianto, la sua esperienza americana.Visita al carcere di Pasadena. Il direttore gli spiega che lì sono detenuti i colletti bianchi e in particolare gli evasori fiscali. Davigo si sente un pezzente (in Italia, come ho detto, non si usa) e chiede con un filo di voce: “Perché, voi gli evasori fiscali li mettete in prigione?”. E il Direttore: “Certo. Hanno mentito al popolo americano”. Lascio alla vostra fantasia immaginare la reazione di un qualsiasi nostro concittadino se gli si spiegasse che è giusto arrestare gli evasori fiscali perché hanno mentito al popolo italiano.

Si ride per non piangere, naturalmente. Ma è vero che, dove c’è cultura istituzionale, il cosiddetto senso dello Stato,icittadiniauspicanola repressione dell’evasione fiscale e pesanti sanzioni a carico di chi evade. A loro volta le sanzioni, concretamente scontate, alimentano il diffondersi di questa cultura. La pubblicità delle dichiarazioni dei redditi consente a ogni cittadino di valutare il contributo degli altri alla collettività, cui lui versa una congrua parte del suo reddito. La constatazione dell’evasione fiscale praticata da un gran numero di persone (che deriva dalla trasparenza delle loro dichiarazioni) rende più facile applicare le sanzioni e soprattutto sottopone al disprezzo della collettività il delinquente fiscale. Disprezzo e sanzioni riducono significativamente l’evasione fiscale e dunque il debito pubblico.

Sta di fatto che, in Italia, le sanzioni per questi reati non solo sono ridicole ma in concreto non sono mai scontate; sia per le caratteristiche proprie del processo penale italiano, costruito per non funzionare; sia per quelle della legge penale tributaria, anch’essa costruita per garantire l’impunità agli evasori. E sta di fatto che l’evasione fiscale è stata incoraggiata e giustificata dalla classe politica italiana. Chi non ricorda Berlusconi e il suo elogio dell’evasione fiscale? “Oltre il 35 % di aliquota, l’evasione è legittima difesa”. Questo tipo di cultura (!) ha profondamente inquinato il senso civico dei cittadini.

Le differenze, anche culturali

Un professionista che inquisivo per evasione fiscale e che aveva tentato di corrompere i marescialli della GdF che indagavano su di lui, mi disse, dopo che lo avevo arrestato (per tentata corruzione, per carità, non per frode fiscale; quella, per via della legge italiana non sussisteva: si trattava di semplice dichiarazione infedele). “Sa perché l’ho fatto? Perché ho lavorato a lungo negli Stati Uniti e lì, a parte la prigione, l’evasione fiscale ti fa perdere di status sociale: tua moglie non viene più invitata alle gare di torta di frutta con le altre mamme del vicinato; e nessuno viene più ai tuoi barbecue del sabato pomeriggio; e, dopo un po’, anche i clienti ti abbandonano. Ero terrorizzato”. Cultura civica, senso dello Stato.

Non so quanto tempo ci vorrà per formare cittadini onesti e responsabili. Certo è che, se cominciassimo a mettere in prigione i delinquenti, anche e soprattutto quelli fiscali, avremmo fatto un bel passo avanti. Poi, naturalmente, c’è il problema della classe politica. Si potrebbe cominciare con lo stesso sistema anche con loro: ce ne sono così tanti da portare in galera che sarebbe come sparare alla croce rossa.

Il Fatto Quotidiano, 18 agosto 2012