L’economia italiana non cresce. Il risanamento dei conti pubblici mediante tasse e tagli di spesa non può che aggravare nel breve termine le difficoltà di ripresa del nostro Paese. Spread che salgono, imprese che chiudono, disoccupazione che aumenta, rischi di inflazione, banche che falliscono inducono le famiglie a ridurre i consumi. Altrettanto fanno le imprese. La produttività italiana cade o ristagna. Non c’è giorno però che non ci venga ricordato quanto siano urgenti e indispensabili le “riforme strutturali”.

Prendiamo l’Italia del 1992 e l’Italia del 2012. Nel luglio di 20 anni fa si era nel pieno di un attacco speculativo contro la lira. Anche allora la Bundesbank si rifiutava di intervenire in nostro aiuto, nonostante espliciti accordi che prevedevano un loro impegno a difesa del Sistema monetario europeo. La domanda che pongo è: l’Italia del 2012 è un paese più market-oriented o meno market-oriented rispetto all’Italia del 1992?

Con l’estate del 1992 si aprì una lunga stagione di riforme. Furono liquidati Efmi e poi altri pezzi dello Stato imprenditore. L’Italia realizzò il più vasto programma di privatizzazioni realizzato in Europa, eccetto in Gran Bretagna. Eravamo un’economia mista, non lo siamo più. Nel 1992 abbiamo chiuso la Cassa del Mezzogiorno. Abbiamo posto mano a varie riforme del mercato del lavoro (Pacchetto Treu ecc.) per renderlo più flessibile. Nel 1993 abbiamo cambiato la legge bancaria. Nel 1995 adottammo un testo unico della finanza (legge Draghi) che avvicinava il mercato finanziario a quello dei Paesi anglosassoni . E poi avviammo le liberalizzazioni del settore elettrico, delle telecomunicazioni, delle ferrovie, dei servizi bancari e di quelli postali. Creammo autorità di settore. Abbiamo poi riformato il diritto societario e quello fallimentare. Siamo stati capaci di fare almeno tre riforme delle pensioni . Abbiamo semplificato la Pubblica amministrazione (dai decreti Bassanini in poi). È innegabile che l’economia italiana sia diventata più market-oriented. Eppure il tasso di crescita è rimasto prossimo allo zero. Ci ritroviamo oggi con le stesse difficoltà del 1992 e costretti a difenderci dal rischio di una crisi sul nostro debito sovrano. Ma allora le riforme strutturali non servono?

La domanda è cruciale. Non sappiamo come sarebbero andate le cose senza quella lunga stagione di riforme. Magari saremmo finiti peggio, già nel 1993-1994. Forse le riforme non sono state sufficienti, sono state incomplete. Questa è la lettura dei riformisti-liberali. Bisognava avere più coraggio. Nel caso del mercato del lavoro per non intaccare le regole che si applicavano alla fascia di lavoratori a tempo indeterminato abbiamo finito per creare una casta di precari su cui scaricare tutta la flessibilità. L’impiego di lavoratori senza tutele e sotto-pagati, senza formazione specifica ha fatto crollare la produttività. Aprire i monopoli nazionali elettrico o del gas lasciando immutati i monopoli locali ha ridotto i benefici delle liberalizzazioni e così via.

Le riforme sono state fatte con spirito pragmatico, ma senza avere in mente un piano coerente. I tempi e le modalità sono stati tali che si è rotto il “vecchio modello”, quello dell’economia mista, ma a questo non si è sostituito un modello migliore. Il vecchio modello aveva un suo modo di funzionare, imprese pubbliche e interventi nel Mezzogiorno avevano avuto anche effetti positivi e non solo negativi. Le banche locali erano legate al territorio e conoscevano i piccoli imprenditori. Con le fusioni bancarie sono cambiati i dirigenti bancari locali con effetti deleteri sul rapporto banca-impresa. Cosa ne sa dell’imprenditoria trevigiana un direttore di filiale catapultato a Conegliano Veneto da Torino?

Le riforme fatte come un patchwork non funzionano. E vi è stata anche una sindrome di “Frankenstein”. I riformisti italiani hanno coltivato negli anni un sogno esterofilo. “Il capitalismo italiano è il peggiore dei capitalismi possibili. È un capitalismo straccione” – ha sostenuto la sinistra italiana. Ben altro avviene all’estero. Bisogna importare in Italia le regole e le istituzioni straniere . Si vorrebbe avere la public company statunitense, ma anche la cogestione tedesca. Si vuole un mercato del lavoro flessibile, ma anche la concertazione tra governo-sindacato-imprese. Più finanza ma anche più economia del territorio. Si vuole la politica industriale ma anche maggiore concorrenza. Un po’ di capitalismo anglosassone, un po’ di capitalismo tedesco, un po’ di capitalismo francese e così via. Il mito di Frankestein è un disegno di élite costruttiviste che pensano di poter creare in laboratorio nuovi modelli. Il Paese profondo nel frattempo si rivolgeva altrove. Alla Lega, a Berlusconi a coloro che invece sembravano in sintonia con le specificità nazionali, le piccole imprese, le partite Iva, il sud in affanno, e così via.

Ma le riforme servivano, anche se Berlusconi e Lega per 15 anni hanno detto di no. Il governo Monti ha aperto una nuova fase di riforme, ma ancora una volta senza un disegno e senza parlare con il Paese profondo. Prevale una logica illuminista: noi in quanto tecnici sappiamo quale sia la ricetta migliore. Questa ricetta l’abbiamo già sperimentata. Non funziona. Prevale l’incertezza, lo smarrimento, la paura. È il momento di ricomporre i due pezzi. Servirebbe una classe politica capace di trovare una via italiana alle riforme, senza esterofilia. Perché l’Italia è un Paese diverso.

Il Fatto Quotidiano, 9 Agosto 2012