Dear Prime Minister Monti…”. Così si apre la missiva con la quale il professor Lionel Salem ringrazia il presidente del Consiglio per aver reso possibile la restituzione alla sua famiglia del meraviglioso Cristo portacroce di Girolamo Romanino, che apparteneva alla Pinacoteca di Brera. Ma non è una lettera di cortesia. Il mittente chiede che ora Monti faccia staccare di corsa un altro quadro rinascimentale dalle pareti di Brera – una Madonna col Bambino attribuita a Bernardo Zenale – e glielo spedisca a Londra il più speedly possibile. I due quadri facevano parte della collezione del nonno di Salem – Federico Gentili, ebreo e console italiano a Parigi fino al 1940 – e vennero venduti all’asta dal governo di Vichy nel 1941. Secondo la famiglia, quella vendita si dovette alle leggi razziali: su questa base, un tribunale francese ha deciso la restituzione di cinque quadri del Louvre.

L’avvocatura generale dello Stato italiano, invece, fin dal 2001 aveva dato parere negativo. E questo sia perché lo Stato aveva acquistato i quadri sul mercato (dopo alcuni passaggi di mano), sia – soprattutto – perché la vendita del 1941 non sarebbe legata alle persecuzioni, ma a un debito gravante sull’eredità del Gentili, morto nel 1940. Dello stesso parere, nel 2012, la Commissione interministeriale per il recupero delle opere d’arte: i quadri non vanno resi alla famiglia, ma sono lecitamente posseduti dallo Stato. Dunque, com’è possibile che il 7 giugno scorso il Romanino di Brera sia stato battuto da Christie’s a New York per la bellezza di 3.650.000 euro, finendo in mano a un collezionista privato ed estero? È stato forse rubato nottetempo? Nossignori, il Romanino è stato vittima della ‘valorizzazione’ : immolato sull’altare della dottrina del marketing abbracciata da tutti gli ultimi ministri dei Beni culturali e perfezionata da Lorenzo Ornaghi. Per quest’ultimo è opportuno, anzi necessario, organizzare a ritmo continuo mostre promozionali all’estero: non importa dove, non importa come, e soprattutto non importa se a prezzo di “qualche rischio”.

Nel 2011, infatti, il Romanino è stato incluso tra i 50 quadri che Brera ha spedito alla mostra Baroque Painting in Lombardy, in Florida. Peccato che Romanino c’entri col Barocco come la Minetti con le novene mariane, o che il Mary Brogan Museum For Art and Science di Thallassee non sia proprio il Metropolitan: la Ragion di Stato imponeva che Brera pagasse un tributo alle celebrazioni di “ITALY@150”. Non appena il quadro è sbarcato negli Stati Uniti gli agenti federali sono entrati nella mostra, hanno staccato il quadro dal muro e lo hanno consegnato alla famiglia che ne richiedeva la restituzione, la quale lo ha prontamente messo all’asta. Con tanti saluti a Brera.

Ora, un cittadino si chiede: se la soprintendente di Caserta invia a 19 istituzioni un verbale di tre pagine per ottenere “ogni notizia utile al recupero” di una zuccheriera e di un cucchiaino “stampati in argento del secolo XX” sottratti a una canonica di Bene-vento (e non è un exemplum fictum), come diavolo è stato possibile che la soprintendente di Milano nonché direttrice di Brera abbia fatto uscire dal-l’Italia un quadro strepitoso sul quale da dieci anni pendeva un simile contenzioso? E ora, cosa risponderà il “Dear Prime Minister Monti” al suo cortese corrispondente? Deciderà di sconfessare la posizione giuridica del Mibac, che non riconosce i titoli dei vecchi proprietari, cedendo spontaneamente un altro quadro di Brera, e costituendo così un precedente esiziale? O terrà la linea fin qui seguita dall’amministrazione, negando la restituzione? In quest’ultimo caso, l’errore di Brera apparirebbe in tutta la sua clamorosa gravità, e la Corte dei conti dovrebbe domandarsi di chi siano le responsabilità di questo pazzesco danno erariale. Come rileva l’ottimo sito storiedell’arte.com  , la direttrice del museo di Thallassee ha dichiarato che i colleghi italiani erano terrorizzati non tanto dalla perdita di un capolavoro, quanto dall’eco mediatica della vicenda. Nell’amministrazione dei Beni culturali tira, ineffetti, una pesante aria di censura.

Niente potrebbe essere più sbagliato: sulla tutela e la valorizzazione del nostro patrimonio urge un’apertissima riflessione pubblica. A meno di non voler continuare a perdere i pezzi.