Ai poliziotti della Metropolitan Police e ai militari dell’esercito che pattugliano il villaggio olimpico e gli stadi è stato dato un ordine: se mangiate in pubblico delle patatine o degli snack, toglieteli dalle loro confezioni e metteteli nelle buste trasparenti. Obiettivo? Non turbare gli sponsor dei giochi, e non contravvenire alle regole imposte dal Locog, il comitato promotore e organizzatore di Londra 2012. I sindacati della polizia protestano, l’organizzazione delle Olimpiadi invece fa il muso duro e dice “ci sono delle regole da rispettare”. Intanto, dicono gli studiosi, questo è solo il primo esempio di una “dittatura” degli sponsor, insieme al divieto di vendere patatine fritte all’interno delle aree olimpiche solo perché a venderle potrà essere solo una nota azienda di fast food. Ecco, così, ci si chiede: chi trarrà vantaggio da queste Olimpiadi? Il popolo britannico che si è sobbarcato gli enormi costi? Oppure, ancora una volta, le big corporation?

Michael Silk, direttore del gruppo di studio sullo sport alla facoltà di Scienze dell’educazione dell’Università di Bath, ne è convinto: a beneficiarne saranno soprattutto le multinazionali, “mentre il popolo britannico, una volta concluse le Olimpiadi, tornerà alle solite preoccupazioni della vita di ogni giorno”. Silk, negli ultimi venti anni, ha studiato ogni grande evento sportivo prodotto dall’umanità. Ed è questa sua esperienza che lo porta a parlare, anche per Londra 2012, di “nazionalismo aziendalistico”. Così, mentre l’apparato mediatico inglese e britannico continua a parlare di una “generazione Olimpiadi”, che sarà influenzata positivamente dai giochi, Silk ha un approccio diverso. “Multinazionali, grandi imprese e persino governi cavalcheranno l’onda dei giochi, capitalizzando sentimenti ed emozioni e cercando di crearne di nuovi. Tutto con l’obiettivo di proporci nuovi prodotti, nuovi servizi e nuovi beni da comprare. Così è stato sempre, almeno negli ultimi vent’anni, nella storia delle Olimpiadi, e così sarà anche questa volta”.

Certo, aggiunge Silk, “ci sarà l’euforia, soprattutto nei primi giorni dei giochi. Ma sarà un’euforia molto fluida, imprevedibile e soprattutto in grado di escludere chi non potrà godere pienamente del momento, a causa di condizioni sociali, economiche e persino razziali, da chi invece sarà pienamente inserito nelle celebrazioni. Insomma – aggiunge – sarà un’euforia molto selettiva. Che, comunque, non sappiamo ancora se produrrà una qualche eredità sulle giovani generazioni. Non ci sono studi sociologici che confermino eredità di lungo periodo. I giochi ci sono e sono belli e coinvolgenti, ma già dal giorno successivo alla cerimonia di chiusura si tornerà a pensare alle preoccupazioni di sempre. E penserà ai problemi soprattutto il contribuente britannico, che con il suo denaro e le sue tasse ha pagato tutto questo apparato”.

Poi, dice Silk, c’è tutta una “narrativa della Gran Bretagna. Una storia che ci è stata raccontata per rendere il nostro paese più attraente all’estero. Ma, ancora una volta, non lo si fa per gloria. L’interesse deve essere prodotto per le multinazionali che così potrebbero essere più inclini a investire qui, insomma si crea un’immagine del Regno Unito funzionale all’arrivo di nuovi capitali”. Come a dire, il Regno Unito si rifà una faccia e lo fa per soldi, ancora una volta. Eppure, suggerisce, “basti pensare all’immagine che è emersa un anno fa, in occasione dei riot londinesi e dei tumulti scoppiati un po’ in tutta l’Inghilterra, per capire che l’immagine di un paese è sempre un costrutto”. Al quale partecipano solo quei reali vincitori che usciranno dalle Olimpiadi. “Che non sono costituiti dai normali cittadini che hanno subìto la rigenerazione urbana, venendo dislocati o essendo costretti a pagare affitti più alti. Così come il successo finanziario ed economico non è stato dei britannici che hanno pagato per questo apparato non avendo in cambio nemmeno un biglietto per assistere a una gara, ma è stato tutto dell’organizzazione olimpica e soprattutto dei suoi partner commerciali”.