Alla parola intercettazioni qualsiasi interlocutore a cui viene chiesta un’opinione fa la stessa premessa: “La materia è delicata”. L’argomento su cui si dibatte da anni, sia con i tanti governi Berlusconi sia con i due governi Prodi, è tornato a essere rovente. Colpa delle telefonate al Quirinale dell’ex ministro ed ex vicepresidente del Csm, Nicola Mancino durante l’indagine della Procura di Palermo sulla trattativa. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, oltre ad aver sollevato il conflitto davanti alla Corte costituzionale ha anche benedetto l’accelerazione della legge bavaglio finora seppellita alla Camera. Ieri, il vicepresidente del Csm, Michele Vietti sul Fatto ha indicato una priorità al Parlamento: “Tutelare i soggetti terzi che vengono intercettati ma che si trovano fuori dal processo”. Ci sono terzi e terzi, dichiara il consigliere del Csm, Riccardo Fuzio (togato di Unicost). “Si devono tutelare esclusivamente quelli che sono davvero fuori da qualsiasi interesse penale. E’ vero che la legge attuale prevede l’udienza filtro per selezionare le intercettazioni da utilizzare, ma non c’è quasi mai”.

Quando evochiamo l’intercettazione indiretta di Napolitano (era registrato l’indagato Mancino) il consigliere Fuzio precisa: “Il nostro faro devono essere le regole. Il presidente della Repubblica ha correttamente utilizzato uno strumento previsto dalla Costituzione e ha sollevato un conflitto. Ma questo non legittima gli attacchi al procuratore aggiunto, Antonio Ingroia. Sarà un giudice a stabilire se i provvedimenti richiesti dalla procura siano da accogliere o meno”. Guido Calvi, membro laico del Pd al Csm, firmatario di un disegno di legge nel ‘97, riconosce che c’è “un vuoto legislativo in merito all’immunità del Capo dello Stato di cui si dovrebbe occupare il Parlamento”.

E’ d’accordo anche con Vietti: “Esiste un problema di tutela dei terzi. Può capitare, per esempio, che in un decreto di perquisizione il pm inserisca intercettazioni con persone estranee all’indagine e quel provvedimento, non più segreto, finisca sui giornali. C’è poi una condizione di inerzia delle parti. Pm e avvocati non chiedono quasi mai l’udienza filtro, pertanto il giudice trascrive tutte le registrazioni”. Maurizio Carbone, segretario dell’Associazione nazionale magistrati è preoccupato di possibili operazioni strumentali che portino a una controriforma: “E’ vero che qualche volta ci sono magistrati che inseriscono in un provvedimento intercettazioni non funzionali all’indagine. Il caso Sarah Scazzi è un esempio (Carbone è pm a Taranto, ndr). Ma se si rispettano le norme processuali e le regole deontologiche già esistenti non c’è bisogno di una riforma. Naturalmente va tenuto conto del diritto alla riservatezza, non vorrei, però, che con il pretesto di tutelare la privacy si vada a incidere su uno strumento investigativo fondamentale”. E il caso Mancino-Quirinale? “Strumentalizzare questa vicenda per rilanciare una nuova riforma delle intercettazioni non lo trovo giusto”.

Rilancia la palla al Csm, Andrea Orlando, deputato del Pd e membro della commissione Giustizia: “La legge che giace in Parlamento è inemendabile, azzera le intercettazioni. Invece, l’organo di autogoverno dei magistrati può fare molto senza bisogno di un’intervento legislativo. Può monitorare l’applicazione delle norme, individuare gli abusi delle intercettazioni”. Più sanzioni per pm e giudici? “Più controllo del rispetto delle regole”.

Per Luigi Li Gotti, senatore dell’Italia dei Valori, è in voga “una dottrina giuridica che vuole distruggere tutto. Ha ragione il procuratore di Palermo, Francesco Messineo. Non può essere un pubblico ministero a distruggere le intercettazioni. Da avvocato aggiungo che anche se si rafforzasse la norma sull’udienza filtro, non si risolverebbe nulla. Il difensore di un imputato penserà sempre che un’intercettazione al momento irrilevante possa essergli utile in seguito. Quindi ne chiederà la trascrizione”.

da Il Fatto Quotidiano del 2 agosto 2012