Non mi piacciono i necrologi. In genere costringono chi li scrive a parlare bene del morto, cioè non sono sinceri, quali che fossero le sue qualità. Meno che mai mi piace scriverne quando chi se n’è andato era un mio amico, e caro.

Ne parlo, in morte, per ricordare le cose più importanti che ha scritto. Per me Gore Vidal è stato l’equivalente, nel secolo XX, di quello che fu Alexis de Tocqueville nel XIX. Se quest’ultimo descrisse la nascente democrazia americana, Gore Vidal è stato il più lucido,
acuto, implacabile analista della sua fine. Per meglio dire, della sua trasformazione in “impero”.

Alcuni libri suggerisco, a chi voglia misurare la sua grandezza come scrittore: “Impero”, per l’appunto, e “Giuliano”, e “L’età dell’oro”. I suoi saggi sulle trasformazioni che la televisione, e il sistema dei media, hanno prodotto sulla democrazia, frantumandola e trasformandola in cerimoniale al servizio delle élites dominanti, sono quanto di più brillante e corrosivo si possa immaginare. Per quanto mi riguarda è stato un grande maestro, alla cui lezione ho attinto e continuo ad attingere. Penso che quanti più giovani lo leggeranno, tanto più grande sarà il drappello di menti critiche capaci di difendersi dall’aggressione che il mainstream scatena nei nostri confronti. Non solo quello americano, anche il nostro, ma quello americano è il padre del nostro. “I mass media – scrisse – disprezzano a tal punto la gente da ritenerla più stupida di quanto siano i mass media”.

Quando, come spesso mi accade, mi sento apostrofare come anti-americano, io penso sempre che Gore Vidal era il più americano degli americani che ho conosciuto. Amava il suo paese, la grandezza dei suoi padri. Lui stesso era uno dei rami dell’unica élite che ha dominato l’America, da Abramo Lincoln in poi. Ramo senza discendenza, senza foglie, ma ramo dritto, che non si è piegato all’alterigia della casta di cui faceva parte.

Voglio ricordare che fu uno dei pochissimi grandi intellettuali americani che considerò una menzogna la versione ufficiale della tragedia dell’11 Settembre 2001. E lo disse pubblicamente. Non lo ringrazierò mai abbastanza per avere accettato di essere uno dei testimoni del film “Zero”, al quale ho dedicato tanto lavoro in questi anni.

In America lo ha sempre letto quel milione circa di americani intelligenti che voleva sapere qualche cosa. Il sistema non poteva omologarlo e lo confinò nel limbo più piccolo che potè. Ma quando una personalità è grande non la si può ridurre, comunque, in un angolo. L’America non ama da tempo di sentirsi dire la verità. E colui che, tra i primi, ne scrisse l’epitaffio, non poteva essere profeta in patria. E’ con questo epitaffio che saluto il mio amico Gore Vidal:
“… quella audace e vanagloriosa invenzione dell’Illuminismo che erano gli Stati Uniti, una regione selvatica destinata a sognare per sempre di essere un’Atene risorta, quando invece si tratta di una Roma ricreata con ostinazione e grossolanità”