La domanda è: se si andasse a votare domattina, che programma politico presenterebbero i Democratici agli elettori? Per ora una bella “carta d’intenti”. Perché al Pd, si sa, vanno sempre con i piedi di piombo. Fin troppo. E riescono persino a dividersi sugli “intenti”. Figurarsi poi sui programmi.

Alla vigilia dell’annunciata presentazione proprio della “Carta d’intenti per il patto dei democratici e dei progressisti”, firmata del segretario Pier Luigi Bersani, sono bastate poche indiscrezioni sui contenuti del documento per mettere in fibrillazione il partito e dare il via ai vari distinguo. Eppure, come spiega Matteo Orfini, membro della segreteria bersaniana e responsabile Cultura del partito, si tratta solamente dei “paletti minimi per costruire una base comune” intorno cui discutere future alleanze. Il minimo sindacale, insomma, sebbene frutto di una lunga elaborazione all’interno del Pd, sempre diviso tra i falchi come Orfini – che puntano a una linea autonoma e chiara – e le colombe (si fa per dire) che guardano a una platea elettorale più vicina al centrodestra che non al centrosinistra.

La Carta d’intenti. “Questo patto – si legge nella Carta d’intenti- si rivolgerà non solo alle forze politiche di ispirazione democratica e progressista, ma ad associazioni e movimenti, agli amministratori, alla cittadinanza attiva e alle personalità che intendano concorrere a un progetto di governo in grado di affrontare la grande crisi che stiamo vivendo”. Tra i “paletti” alcuni sembrerebbero patrimonio davvero comune delle forze politiche di centrosinistra che vogliano assumere una responsabilità di governo. Risulta per esempio difficile cosa non possa andare, anche per i più moderati del Pd, nel “rilancio di una serie e politica industriale e di uno sviluppo sostenibile” o nel “cambiamento nelle politiche economiche, tenendo conto del necessario equilibrio e rigore dei conti pubblici” o ancora nella “riforma della politica che deve diventare più sobria e meno invasiva”.

Coppie di fatto e conflitto d’interessi. Certo, la cosiddetta Carta d’intenti ha il chiaro obiettivo di smarcarsi con evidenza dal resto della maggioranza che sostiene il governo Monti e non solo dal Pdl, ma per certi versi anche dall’Udc, che dovrebbe essere l’alleato in pectore del Pd alle prossime politiche. Tra i punti della piattaforma comune infatti c’è anche l’introduzione di diritti di cittadinanza per i figli degli immigrati e soprattutto il riconoscimento delle coppie di fatto. E ancora:  redistribuzione delle ricchezze e dal riequilibrio fiscale attraverso una patrimoniale, tasse sui grandi patrimoni e sulle rendite finanziarie. Di più: finalmente un partito di centrosinistra rimette tra le prime cose da fare la “definitiva” soluzione del conflitto d’interessi

Il lavoro. Al centro del progetto di cambiamento, nella carta, il lavoro: “Non si recupera competitività comprimendo diritti e salari”. Oltre a politiche che favoriscano “la parità di genere e i beni comuni“, il Pd punterebbe, a livello europeo, a una “maggiore integrazione tra i Paesi Ue sotto il profilo fiscale e monetario, mentre per gli aspetti di riforme costituzionale aprirebbe una legislatura costituente (e forse è questo il punto più difficile da realizzare).

Lo scheletro del programma. Certo è che la mossa di Bersani, la cui ufficializzazione è prevista per domani, è ancora ben lontana dall’essere un vero e proprio programma, ma appare invece un’iniziativa finalizzata a far uscire allo scoperto alleati e non, esterni e interni al partito. “Si tratta di un giusto percorso d’intenti, frutto di un dibattito non soltanto in segreteria, ma anche in direzione, che ha trovato una prima sintesi nell’assemblea nazionale – spiega Orfini – Del programma poi si discuterà in seno alla coalizione”. L’inizio di un percorso, dunque, che non è certo opportuno modificare in corsa: “Successivamente alcuni nodi programmatici potranno essere sciolti con le primarie. E poi la nostra elaborazione programmatica si svolge nei vari dipartimenti. Si discute, insomma, ma poi siamo tutti vincolati a un voto di gruppo”.

Gentiloni: “Con chi ha discusso Bersani?”. Sarà, ma le avvisaglie del prosieguo dell’eterna battaglia in seno al Pd sono arrivate con largo anticipo, stavolta, tanto che un dirigente come Paolo Gentiloni si sarebbe domandato con chi sia stata discussa la Carta di Bersani. “Forse non ha ascoltato quello che abbiamo detto negli organismi dirigenti. Era distratto, evidentemente, e gli è sfuggito il lavoro fatto negli ultimi anni e di cui, quale dirigente lui stesso, dovrebbe invece essere protagonista”, commenta Orfini, riferendosi al lavoro peraltro culminato con il voto assembleare sulla relazione dello stesso Bersani, la cui diretta conseguenza sarebbe la Carta d’intenti, un patto rivolto “non solo alle forze politiche di ispirazione democratica e progressista, ma ad associazioni e movimenti, agli amministratori, alla cittadinanza attiva e alle personalità che intendano concorrere a un progetto di governo in grado di affrontare la grande crisi che stiamo vivendo”, come si legge nelle prime anticipazioni. Ma quando si entra nel merito degli interlocutori esterni al partito, si aprono le prime crepe. “L’obiettivo è appunto un patto tra democratici e progressisti”, precisa Orfini. E i moderati? “Se ci sarà un’alleanza con loro sarà successiva”.

Fioroni: “Conquistare i delusi da B.”. Prudenza assai diversa dalle granitiche certezze di chi, come Giuseppe Fioroni, rappresentante di una minoranza interna che sin qui è riuscita a fare il bello e il cattivo tempo, che sembra voler pescare nel campo avversario più che nella prateria della sinistra ancora in cerca di rappresentanza. “Credo che stiamo proseguendo su un percorso ben individuato per dare vita a un centrosinistra autorevole e credibile, in grado di rispettare gli impegni presi con l’elettorato e che non ripeta gli errori del passato”. Il riferimento è chiaramente all’Unione: “Dobbiamo diventare una forza di Governo che non resti incastrata nei cavilli di chi protesta sempre e comunque, a causa dei quali gli italiani hanno avuto paura di tornare a votarci, preferendo Berlusconi”. Ed è proprio a quegli italiani che, ad avviso di Fioroni, dovrebbe rivolgersi il Pd. “Serve un’area moderata in grado di aggregare ben oltre l’Udc di Casini, in grado di dare risposte ai delusi dal berlusconismo. E poi serve un’area riformista che sia l’evoluzione di quella progressista, con l’abbandono dei radicalismi”. E’ questo dunque il “patto tra democratici e progressisti”, nella chiave di Fioroni, un “riordino dell’area di centrosinistra che possa così aprire ai moderati”. E se l’ex ministro glissa sulle questioni dei diritti (in nome dei quali proprio la sua area non ha perso occasione per spaccare il partito), definendoli “fondamentali” ma sorvolando sulle coppie di fatto, è chiarissimo su chi debbano essere gli alleati con cui concorrere alle prossime politiche: “L’accordo tra democratici e progressisti deve tenere presente che senza moderati non si vince”. Resta da chiarire, dal punto di vista delle colombe, chi siano gli interlocutori progressisti: “Vendola e tante liste civiche, oltre al mondo dell’associazionismo”. E Di Pietro? “Saremo costretti a privarci di Di Pietro, visto che lui per primo sostiene di non voler stare con gli ipocriti e i truffaldini. Noi non piangeremo, Grillo non lo vuole: mi pare che il problema di come entrare in Parlamento, a questo punto, sia soltanto dell’Idv. Di Pietro, allora, si dia una calmata”.