Qualche mese fa, in un articolo pubblicato su La Repubblica (26 marzo 2012) era riportato un dato su cui riflettere: l’88% degli italiani vorrebbe utilizzare il telelavoro, come soluzione allo stress e alla mancanza cronica di tempo per se stessi e per gli affetti (fonte: Manageritalia).

Il telelavoro è uno di quei temi capaci di fare ciclicamente la propria ricomparsa e di essere (ripro) posto come una soluzione innovativa, capace di cambiare in modo significativo la qualità del lavoro e perfino della nostra vita.

Sulle ragioni del perché l’Italia sia storicamente agli ultimi posti nel ricorso al telelavoro (3,9% contro il 7% della Francia, l’8,5% della Germania e il 16% della Danimarca- fonte: Eurofond 2007) ci si potrebbe interrogare a lungo, alla base ci sono probabilmente una diffusa incapacità di valutare un lavoratore in base agli obiettivi raggiunti e non al tempo di permanenza in ufficio e anche un difetto di fiducia reciproca tra azienda e dipendente.

Se il telelavoro, teorizzato nel lontano 1973 dallo scienziato americano Jack Nilles per rispondere a esigenze di risparmio energetico, si fosse fatto progressivamente strada nel mondo del lavoro italiano, forse adesso ci troveremmo tutti molto meno impreparati di fronte alle possibilità che le nuove tecnologie ci offrono per migliorare il nostro lavoro e diversificare le opportunità professionali.

Nell’approccio del mondo del lavoro a Internet c’è probabilmente un errore di fondo: credere che basti traslare in digitale i vecchi schemi perché ci siano davvero un cambiamento e nuove possibilità per tutti.

Nel caso del telelavoro, l’abbaglio che io vedo è credere che trasferire semplicemente lo stesso lavoro da un luogo fisico a un altro, magari passando dall’ufficio a casa propria, sia il modo migliore di sfruttare la Rete per migliorare la qualità della nostra vita.

Trovo invece evidente che il beneficio sarebbe soprattutto per le grandi aziende, che ne guadagnerebbero in flessibilità organizzativa e in abbattimento dei costi.

Secondo me conviene piuttosto utilizzare il termine telelavoro per riferirsi a qualsiasi forma di lavoro liberata dai vincoli di tempo e di luogo, effettuata attraverso l’uso di tecnologie mobili e di una connessione alla Rete.

Flessibilità e mobilità, ormai diventati tratti distintivi del vivere e del lavorare oggi, continuerebbero altrimenti ad avere una connotazione negativa, continuando a tradursi, per la maggior parte delle persone, in precarietà e insicurezza, non in nuove opportunità.

Per vedere le opportunità e non nuove incertezze, proviamo a ragionare sul fatto che lo sviluppo tecnologico favorisce la possibilità di lavorare spostandosi, un concetto nuovo e sostanzialmente diverso rispetto a quello di doversi spostare per poter lavorare.

Da quanto detto sinora è chiaro che non esiste la professione del telelavoratore e, se è vero che vi sono alcuni lavori che meglio di altri si addicono al lavoro a distanza, in linea generale vale la regola che sono telelavorabili tutte le attività basate sulle informazioni anziché sugli oggetti fisici… ma non lasciamoci ingannare!

Per vendere oggetti fisici finora abbiamo avuto bisogno di uno spazio espositivo, di qualcuno che ci accogliesse e ci aiutasse a scegliere la merce, effettuando poi le procedure di vendita.

Ma se pensiamo che gli stessi prodotti possono oggi essere venduti tramite Internet, allora il commesso tradizionale non serve più al suo posto e troveremo delle professioni diverse, tutte largamente telelavorabili.

Il lavoro visto in questa ottica diventa sempre meno un posto dove andare o qualcosa da cercare e sempre di più un qualcosa da doversi inventarsi per riuscire a migliorare il nostro stile di vita.

di Alberto Mattei