Sulla carta si tratta solo di divergenze minimali, di “letture diverse di una stessa realtà”, con una visione d’insieme che “comunque è più che concorde”. Poi, però, si scava e si scopre, per dirla proprio con Antonio Di Pietro, che troppi indizi fanno una prova. Nell’Idv è in corso un bel maremoto. Messo in piazza, domenica, da una dura intervista a L’Unità di Massimo Donadi, capogruppo dipietrista alla Camera. “Caro Di Pietro – ecco i termini del “dissapore” secondo Donadi – io non ti seguo. E nel partito non sono il solo”.

La linea politica del segretario messa all’indice; nessuna voglia di mollare il Pd, perché “la foto di Vasto è un punto di partenza e può essere allargata ad altre forze politiche” e poi piano ad attaccare il Quirinale perché “il rispetto per l’istituzione non va perso”. Ieri, poi, un altro “indizio”. Elio Lannutti, presidente Adusbef, senatore e fondatore dell’Idv, che presenta a Di Pietro una lettera di dimissioni: “Caro Antonio, io con te ho chiuso; non condivido i tuoi attacchi al Pd, alle istituzioni e primo tra tutti al presidente Napolitano; vuoi scavalcare a destra Grillo”. Lannutti, che resterà nel gruppo del Senato, da indipendente e non si ricandiderà, ha abbracciato le posizioni di Donadi in ogni suo punto. “Abbiamo fatto fuoco e fiamme per far venire Bersani a Vasto – ha raccontato il senatore – e poi non passa giorno che Di Pietro gli spari addosso; non si può andare avanti”. Come un fiume carsico, insomma, la fronda mina Italia dei Valori proprio ora che “toccherebbe tirare le file e chiudere l’alleanza a sinistra – sono sempre parole di Lannutti – e invece ci si perde a dire che il declassamento di Moody’s è stato giusto solo per attaccare Monti, quando siamo stati noi per primi a sostenere la Procura di Trani che ha poi portato al rinvio a giudizio dei due dirigenti dell’agenzia di rating… si è dato più rispetto, in passato, ai Razzi e agli Scilipoti di turno…”. Parole amare. Che, però, non sono solo di Lannutti.

Ci sono nomi che pesano nella “fronda” dipietrista. E sempre facendo conto che Franco Barbato, alla Camera, è già considerato una sorta di “apolide interno”, con Donadi si è schierato anche il vice capogruppo, Antonio Borghesi assieme ad Aniello Formisano, segretario regionale campano dell’Idv. C’è poi una “dissidenza” (ufficialmente negata) persino di famiglia, con Gabriele Cimadoro, il cognato di Di Pietro, che non ha mancato di manifestargli dissenso, sospinto nella critica da personaggi di spessore come Fabio Evangelisti, segretario regionale toscano, Sergio Piffari, segretario lombardo, Augusto Di Stanislao, coordinatore a Teramo, Federico Palomba, uomo chiave in giunta per le autorizzazioni alla Camera e, in ultimo, Pierfelice Zazzera, ex coordinatore in Puglia.

Un gruppo che ieri, durante una delle due riunioni del partito, non ha lasciato nulla all’immaginazione del segretario. La tensione, a un certo punto, sarebbe stata tale da indurre Di Pietro ad accusare platealmente alcuni di puntare a un seggio Pd e il risultato è intuibile: “Tonino si è bevuto il cervello”, è stata la battuta migliore, seguita da “è da quando Grillo gli ha detto di no all’alleanza, nonostante la mediazione di Casaleggio” che “ha perso lucidità e strategia di lungo respiro”. Invero, Di Pietro la strategia ce l’avrebbe molto chiara in testa; un’alleanza con Grillo, per fare il pieno di voti e strappare il ruolo di futuro ago della bilancia all’Udc (che già se lo sente in tasca). “Le fiammate contro Napolitano e contro Monti – racconta esasperato Lannutti – sono dettate dalla necessità di accreditarsi con Grillo di non far parte del sistema. Solo che una bella fetta del partito non lo segue; se vogliamo vincere dobbiamo stare con il Pd”. La fronda si allarga, ma Di Pietro non molla. Anche a costo di lasciare qualcuno (più di uno) sul campo.