Sembra che un giovane imprenditore pazzo, consultati i suoi dipendenti e collaboratori (la qual cosa conferma  la probabile instabilità psichica del giovane – il fatto cioè che abbia chiesto il parere di dipendenti e collaboratori, voglio dire), abbia rifiutato una commessa di lavoro per la sua azienda per motivi etici.

Si trattava di fare un lavoro per la Waas, un’azienda del gruppo Finmeccanica che produce siluri.
Nonostante la sua azienda stia attraversando, come molte altre, difficoltà economiche, il Signor Morellato ha detto: “No, grazie”

Per non scomodare Don Chisciotte (troppo facile), mi piace pensare a quest’uomo come a una reincarnazione di Bartleby lo scrivano, contro la crisi: I would prefer not to, Preferirei di no. 

Sono andato a rileggermi il finale del racconto di Melville, che non me lo ricordavo. Finisce male. Finisce che il protagonista si lascia morire di fame in prigione.

Poi ho parlato con qualche amico di questo parallelo che mi è venuto in testa tra il rifiuto di Morellato e quello di Bartleby. Anche loro conoscevano, più o meno, il racconto ma non si ricordavano il finale.
Finisce male. Finisce che il protagonista si lascia morire di fame in prigione, ho detto.
Che depressione, mi hanno risposto.

Ma ho deciso che non importa e una volta tanto il fatto che non mi ricordassi il finale di un racconto (e che non se lo ricordassero i miei amici) non ha a che fare, solo, con problemi di memoria e col fatto che alle superiori ho fatto ragioneria e non il classico.
Della storia di Bartleby rimane impresso il gesto, la sua incongrua e inspiegabile coerenza, a prescindere da come vada a finire. Il finale puoi anche dimenticarlo: il non-lieto fine non fa che sottolineare la grandezza del gesto. Secondo me.

Il gesto, l’opposizione, il segno di discontinuità. Alla faccia del Pil.