Bob Dylan, foto AP/LaPresseBob Dylan è rinato più volte. Ora reinventandosi fondamentalista cristiano, ora smarcandosi – ostinatamente – dalla sua icona. La data chiave resta quella, misteriosa, del 29 luglio 1966. Era l’uomo più famoso del mondo: il menestrello di Duluth, il Profeta. Ebbe un incidente a due passi da Woodstock, con la sua Triumph Tiger T100. Colpo di sonno, distrazione, droga. Mai saputo. Come quasi tutto il resto. Per alcuni rischiò la vita, per altri fu un bluff. Dylan si è limitato a dire che si ruppe “qualche vertebra del collo” e che, rialzandosi, pensò: “Ci sono troppe sanguisughe che fanno i soldi con me. E’ ora di cambiare”. Quell’incidente fu soprattutto un pretesto. Il Dylan rivoluzionario, che intuiva risposte nel vento e piogge acide benedette da padroni della guerra, è morto lì. Il resto – ed è un resto che dura da 46 anni, ma che non riuscirà mai a scalfire la cristallizzazione del periodo 1961/66 – è un uomo che cerca sistematicamente di scappare da sé. Di autopunirsi. Qualche fiammata estemporanea (Blood On The Tracks, il tour con la Rolling Thunder Revue, Oh Mercy) e una carriera felicemente lontana, o così parrebbe, dalla mitizzazione.

Il Dylan visto lunedì sera a Barolo, come appendice finale del notevole festival Collisioni (70mila persone in 4 giorni, in un paese di 700 anime), è stato quello che non poteva non essere. Abito nero elegante, cappello bianco a larghe tese, spesso al pianoforte e saltuariamente alla chitarra (sì, anche all’armonica. Ma poco). Due ore di concerto, di fronte a 6mila persone calde ma non troppo. Dylan ha cambiato espressione sì e no mezza volta, riadattando la massima che Leone cucì addosso a Eastwood: con il cappello, senza il cappello. Impossibile avvicinarlo. Esige che nessuno lo veda a meno di 40 metri. Dorme quasi sempre in un motorhome ambulante, per evitare contatti. La notizia del nuovo disco, il 35esimo in studio, l’ha data ieri su Facebook. Si intitolerà Tempest, uscirà a settembre.

A Barolo, Dylan ha semplicemente portato una data del Neverending Tour, cominciato il 7 giugno 1988 e mai interrotto. Band in continua evoluzione (cinque elementi in grigio, come lunedì sera), scaletta improvvisata e una sola certezza: bombardare a tappeto il passato. Ora cantando brani che conosce solo lui, ora devastando i successi con arrangiamenti alieni. Da una parte l’esibizione continua di una fisicità sfibrata (fino a 100 date l’anno, e Dylan ne ha 71), dall’altra una veste artistica che si compiace di apparire ignota. Chi lo va a vedere per ricordare i bei tempi ne esce deluso, chi è giovane e poco sa di lui sbatte in un attempato signore che gracchia: tutti delusi, o quantomeno confusi. E il primo a gioire è Dylan, felice di celebrare quotidianamente il rogo del suo simulacro. Anche l’idea di scegliere luoghi in qualche modo geograficamente periferici (per quanto splendidi come la Langa), rientrano in questa strategia. Dylan era a Collisioni – unica data italiana – per il 50ennale di Blowin’ In The Wind, ma quando l’ha cantata come unico bis, gran parte del pubblico non ha capito che fosse Blowin’ In The Wind. “Che roba è?”, “Che stamo a senti’?”, “Questo non è un concerto, è una terapia intensiva”. Accanto agli applausi c’erano i commenti feroci. Anche nelle terrazze da cui gli ospiti del Festival osservavano il concerto: Farinetti (Eataly), Baricco, Crepet, Don De Lillo, Verdone, Carlo Feltrinelli. Chi alla cantina Borgogno, chi a Marchesi di Barolo. Tutti a chiedersi, alla fine, se quell’orgia di adenoidi sfibrate fosse davvero uscita dalla voce – un tempo – di catrame e sabbia di Bob Dylan.

Nessuno stupore, però: Dylan è così da decenni. E molti suoi epigoni, come Francesco De Gregori, hanno benedetto prima e reiterato poi questo bisogno di gettare napalm a ritroso. A Barolo, anzi, Dylan ha concesso molti classici: It’s All Over Now Baby Blue, Tangled Up In Blue (forse il momento più alto), A Hard Rain’s A-Gonna Fall, Simple Twist Of Fate, Highway 61 Revisited, Thunder On The Mountain, Ballad Of A Thin Man, Like A Rolling Stone, All Along The Watchtower. Tutte camuffate così bene da sembrare quasi inediti con parole già sentite. Ormai l’unica cosa famosa è l’anagrafe. Nessuna traccia di quando Dylan piangeva a Newport nel ’65 perché lo volevano acustico e lui suonava elettrico. Nessuna vicinanza con i “ripari dalla tempesta” inseguiti a metà Settanta. Niente più nastri dello scantinato con The Band. E l’ultimo grande concerto rimane l’MTV Unplugged del 1994. Il Dylan che piaceva a tutti – forse a troppi – è rimasto sull’asfalto di quella strada verso Woodstock. Il menestrello di Duluth è da decenni un menestrello country-blues che trasforma le piazze in saloon e suona per se stesso. Non è più indimenticabile, ma è probabilmente nell’unico luogo in cui voleva essere. Sulla strada, da buon adepto beat. Vicino a tutti, eppure lontanissimo.

Il Fatto Quotidiano, 18 luglio 2012

(Foto AP/LaPresse)