Ai miei alunni non ho mai dato d’estate un solo compito se non quello di ricordare Paolo Borsellino, Agostino Catalano, Walter Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi e Claudio Traina.

Provate ad entrare in una classe di quinta elementare in un paese della pianura padana e chiedete ai ragazzini: che cosa e’ successo il 19 luglio 1992? Chi e’ Paolo Borsellino?

Difficilmente troverete chi vi risponde perché in Italia, parafrasando Marco Paolini, ‘la memoria dura meno di un orgasmo’. Il ricordo dei fatti accaduti in quegli anni, qualcuno ha voluto che fosse rimosso. Ci hanno provato proprio a partire dalla scuola, facendo in modo che di mafia si parlasse solo al sud. Pensate ai nostri paesi della Lombardia, del Piemonte: fino a qualche anno fa non c’erano vie dedicate a chi era stato ucciso dalla mafia. Quella storia non ci apparteneva.

L’Italia e’ rimasta divisa in due dalla memoria. Qualche giorno fa, la figlia di alcuni amici palermitani, sentendomi parlare di Paolo Borsellino e’ intervenuta nella discussione “tra grandi” parlando con proprietà di linguaggio e con competenza di via D’Amelio, di don Pino Puglisi, di Peppino Impastato. A scuola l’insegnante aveva fatto un percorso, in quarta elementare, sulla memoria.

Dopo 20 anni dalle stragi che hanno segnato il nostro Paese, quella storia dovrebbe entrare a far parte dell’attività di ogni scuola, a partire dalla primaria. Grazie all’instancabile testimonianza di Rita Borsellino, di magistrati come Antonio Ingroia, Vittorio Teresi, Franca Imbergamo che sono andati nelle scuole di tutt’Italia, centinaia di giovani, negli anni tra il 1995 e il 2000, sono partiti per la Sicilia, per conoscere ciò che era accaduto.

Oggi non basta quanto e’ stato fatto. Serve un’azione quotidiana perché la memoria si sbiadisce con il passare del tempo. L’agenda dell’antimafia, realizzata dal Centro siciliano di documentazione Giuseppe Impastato, dovrebbe essere donata dal Ministero ad ogni insegnante di storia. Il lungo indice dei nomi dei caduti nella lotta alle mafie dovrebbe essere affisso nell’atrio delle nostre scuole perché quei nomi e cognomi di magistrati, uomini delle forze dell’ordine, giornalisti, bambini non restino solo un elenco come quello della rubrica telefonica.