La disoccupazione in risalita, le riforme “ambiziose” anche se c’è ancora molto da fare e lo spread che ha stretto in una morsa il credito. E’ il Fondo Monetario Internazionale che sentenzia in un rapporto che “in assenza di shock la ripresa” in Italia “inizierà all’inizio del 2013, guidata da un modesto rimbalzo delle esportazioni”, ma resterà debole “rispetto al resto della regione”. Secondo il Fmi la contrazione del Pil per quest’anno è pari all’1,9%. L’andamento economico resterà negativo in media d’anno anche nel 2013, con un calo dello 0,3%. Per rivedere un segno positivo bisognerà aspettare il 2014 con +0,5%. Poi la crescita dovrebbe accelerare all’1% nel 2015 e all’1,2% nel 2016 e nel 2017. Le difficoltà dell’economia italiana ad agganciare la ripresa si tradurranno in un aumento della disoccupazione, destinata a salire all’11,1% nel 2013 e il tasso dei senza lavoro si attesterà invece al 10,3%. I disoccupati aumenteranno ancora all’11,3% nel 2014, per poi ridiscendere all’11% nel 2015, al 9,6% nel 2016 e all’8,8% nel 2017.

Il Fondo monetario internazionale però promuove la riforma del lavoro varata dal governo Monti e auspica che il provvedimento venga “approvato velocemente per ridurre l’incertezza e incoraggiare nuove assunzioni”. L’organizzazione, guidata da Christine Lagarde, ritiene comunque che “ancor più debba essere fatto per colmare il gap tra lavoratori a tempo indeterminato e precari, migliorare la partecipazione al mercato del lavoro, specialmente per giovani e donne, e migliroare il legame tra salari e produttività”.  Ma non solo: “Spostare la composizione dell’aggiustamento” dei conti pubblici in Italia “verso un taglio delle spese e una riduzione delle tasse distribuirebbe meglio il peso dell’aggiustamento stesso e fornirebbe sostegno alla crescita” si osserva. L’organizzazione di Washington definisce “appropriato” quanto fatto dal Governo finora in tema di finanza pubblica, “ma”, osserva, “di più dovrebbe essere fatto nel medio termine per rafforzare le prospettive di bilancio”. Nel dettaglio, l’Fmi stima che il deficit si attesti al 2,6% quest’anno per poi scendere all’1,5% il prossimo, all’1,4% nel 2014, all’1,3% nel 2015, all’1% nel 2016 e allo 0,6% nel 2017. Positivo l’andamento dell’avanzo primario strutturale previsto collocarsi attorno al 6% tra 2014 e 2017, dopo aver raggiunto il 4,7% quest’anno. Il debito è indicato passare dal 125,8% del 2012 al 126,4% del 2013, per poi ridursi progressivamente al 124,1% nel 2014, al 122% nel 2015 e al 119,4% nel 2016.

Secondo il rapporto l’accresciuta volatilità del mercato dei titoli di Stato italiani ha avuto come conseguenza una “drastica” restrizione dei criteri per la concessione del credito. Rischi sovrani più elevati hanno limitato l’accesso delle banche del paese ai mercati internazionali e fatto crescere i costi di finanziamento, un incremento poi scaricato sui tassi per i prestiti alle imprese, aumentati di 100 punti base nella seconda parte del 2011, e sui tassi per i mutui, cresciuti di 80 punti base. Ciò suggerisce, si legge nel rapporto, che i mutamenti negli spread sovrani abbiano un rapido riflesso sui costi di finanziamento delle imprese italiane. Tra il 30% e il 40% dell’aumento dei differenziali di rendimento viene trasmesso ai tassi dei prestiti alle imprese entro tre mesi, una trasmissione che diventa quasi completa in sei mesi. Pertanto, afferma il Fondo, un declino e una stabilizzazione degli spread sovrani diventerebbero essenziali per un calo sostenuto del costo del credito. L’istituto di Washington evidenzia poi il rallentamento della crescita del credito, passata dal 3,5% di novembre all’1,6% di aprile, una stretta che ha colpito soprattutto le piccole imprese. Tale irrigidimento dei criteri per la concessione di credito, si legge ancora nel rapporto, risulta “simile agli standard registrati nel periodo immediatamente successivo al crac di Lehman Brothers“. Seppure i dati più recenti indichino un miglioramento delle condizioni per la concessione dei prestiti, conclude il rapporto, si registra altresì un “significativo” declino della domanda di credito. L’intensificarsi della crisi del debito ha spinto molti investitori stranieri a uscire dal mercato dei titoli di Stato italiani. La quota di buoni del Tesoro, secondo il Fondo, detenuta da investitori esteri, pari al 30% all’epoca dell’ingresso di Roma nell’unione monetaria, era progressivamente salita fino ad arrivare al 51% nel 2006 per poi restare stabile fino a metà 2011, quando l’esacerbarsi della crisi l’ha fatta precipitare al 37%. A vendere sono state soprattutto le banche europee, la cui esposizione al debito italiano è scesa dai 162 miliardi di fine 2010 ai 129 miliardi del terzo trimestre 2011. 

E’ fondamentale che l’Italia vada avanti con l’opera di riforme avviata dal governo Monti, qualunque sia lo scenario politico successivo al governo tecnico per Kenneth Kang, capo della missione del Fondo Monetario Internazionale a Roma, in conference call: “Ha stupito il vasto consenso pubblico nei confronti dell’amministrazione di Monti, che ha portato all’approvazione di riforme molto significative”, afferma Kang, “è ovvio che ora il sostegno dell’opinione pubblica diminuisca con il peggioramento delle condizioni economiche, l’importante è che le riforme proseguano” . Il governo Monti ha avviato una serie di riforme “ambiziose e di ampio respiro” che sono state “fondamentali nel superare alcune difficoltà e placare le turbolenze sui mercati” ma “il programma di aggiustamento è appena iniziato e resta molto da fare” prosegue: “Non si può risolvere nulla per magia, bisogna lavorare ancora per stimolare la produttività e raggiungere gli obiettivi di bilancio in una maniera che non sia sfavorevole alla crescita”, spiega aggiungendo che sono inoltre necessari anche “progressi a livello europeo” negli sforzi per affrontare la crisi. In particolare, l’Italia deve rendere più semplice l’accesso dei giovani al mercato del lavoro e dotare anch’essi di sistemi di protezione sociale. 

Infine l’elevato debito è un “fattore chiave di vulnerabilità” per l’Italia ma l’andamento delle ultime aste di titoli di Stato sembra rassicurare sulla sostenibilità dei conti pubblici di Roma. “L’Italia ha già coperto il 50% del suo fabbisogno per l’anno in corso, i collocamenti sono andati abbastanza lisci, con una buona domanda, sebbene ora proveniente in maggior misura da investitori nazionali”, prosegue Kang, ricordando che l’applicazione delle riforme avviate dal governo Monti potrebbe portare l’Italia a registrare un avanzo primario tra i più elevati d’Europa, “il che, per un paese del genere, è abbastanza impressionante“.