“Nella tragica vicenda della Diaz l’informazione è una delle tante vittime. Abbiamo assistito a continue manipolazioni. I giornalisti erano presenti alle conferenze stampa successive al massacro e si sono resi conto praticamente tutti che c’era qualcosa che non andava. Eppure la maggior parte dei mezzi di informazione, non tutti per fortuna, hanno lasciato cadere la tragedia della Diaz. L’osso invece andava azzannato…” Così il regista del film “Diaz” Daniele Vicari in un’intervista ad Articolo21 a poche ore dalla sentenza, in cui riflette, tra l’altro, sul ruolo di giornali e media.

Il regista ha ragione. L’informazione ha mollato l’osso. In questi undici anni sono ben poche le inchieste di giornali e tv che hanno cercato di individuare le responsabilità, smascherare le complicità, o anche solo ricostruire minuziosamente i fatti.

Ieri i giudici di Cassazione hanno ribadito che in quella terribile notte del 21 luglio l'”alta macelleria”, l’irruzione sanguinosa, è stato un grave abuso di potere. Eppure questa mattina solo pochi giornali – tra cui il Fatto – hanno dedicato il titolo di prima alla Diaz. Non che la spending review sia materia di scarsa importanza ma la sentenza di ieri, dopo anni di omissioni e depistaggi necessitava, imponeva l’apertura. Vale per i giornali come per le edizioni serali dei tg pubblici e privati che, a parte le solite rare eccezioni, hanno derubricato la Diaz a terza o quarta notizia.

I cittadini devono sapere, conoscere la verità sulla Diaz e sui fatti di Genova così come le cause reali della morte dei tanti Aldrovandi, Cucchi, Bianzino, Uva…

In questo Paese in cui vige ancora il segreto di stato sulle stragi e la tortura, per il codice penale, non è un reato, un’informazione con la “schiena dritta” è, insieme all’azione della magistratura, l’unico strumento per ottenere verità e giustizia e l’unico antidoto all’oblio.

Articolo21 ha lanciato un appello – che vi invitiamo a firmare – affinchè la Rai trasmetta “Diaz” di Vicari. Comunque la si pensi sul film è un’opera rigorosa basata interamente sulle carte processuali. Sarebbe giusto dare a milioni di cittadini la possibilità di vederlo e scoprire in che modo, nel 2001, nell’Italia paese civile, si è consumata, come ha scritto Amnesty International “la piu’ grande sospensione dei diritti democratici in una nazione occidentale dalla Seconda Guerra mondiale”.