Ottantamila nuovi posti di lavoro in giugno negli Stati Uniti. Più dello scorso maggio, quando l’economia americana aveva aggiunto 77 mila posti di lavoro, ma comunque un dato deludente, che lascia il tasso di disoccupazione all’8,2%, pari a circa 13 milioni di americani. I dati del Labor Department erano attesi con particolare attenzione dal mondo politico ed economico statunitense. Dopo un inizio di 2012 incoraggiante – con una media di 226 mila posti di lavoro creati nei primi tre mesi dell’anno – i dati dell’occupazione sono andati progressivamente calando nei mesi di aprile e maggio. Un rallentamento che ha inciso negativamente sui consumi e allontanato le attese per una rapida ripresa dell’economia a stelle e strisce.  

“E’ un risultato deludente”, commenta ora George Mokrzan, direttore della Huntington National Bank di Colombus, Ohio. Lo stato, operaio e agricolo, cuore della working-class bianca americana, è del resto proprio dove, in queste ore, Barack Obama sta viaggiando con il suo bus per veicolare un messaggio di crescita economica. In una serie di fermate in città grandi e piccole dello Stato (Maumee, Sandusky, Toledo, Cleveland), il presidente ha ancora una volta attaccato i repubblicani, accusati di voler tagliare le tasse per i più ricchi (“Io non ho bisogno di pagare meno tasse, di sicuro Mitt Romney non ha bisogno di pagare meno tasse”, ha detto Obama). Dopo aver spiegato di “non voler voltare le spalle alle piccole comunità” dell’America profonda, Obama ha rivendicato i risultati della propria politica economica, soprattutto il salvataggio dell’industria automobilistica che ha favorito città come Toledo, dove Crysler produce la Jeep Wrangler e la Liberty.

In effetti l’Ohio (come pure la Pennsylvania, dove continua in queste ore il tour elettorale di Barack Obama) ha un tasso di disoccupazione del 7,3%, sotto la media nazionale. I dati sull’occupazione di venerdì rischiano comunque di danneggiare pesantemente la campagna del presidente democratico. Nonostante i ripetuti proclami della Casa Bianca di aver “salvato” l’economia americana in uno dei momenti più difficili della sua storia, e l’attacco a Mitt Romney (che riporterebbe l’America “alle politiche fallimentari di George W. Bush), Obama non riesce infatti a mostrare alla nazione i segni di una ripresa effettiva, sicura, costante. “Il presidente ha avuto la sua chance. Ha fallito. E’ ora di cambiare direzione”, ha spiegato uno dei repubblicani candidati alla vice-presidenza, Tim Pawlenty. La maggioranza degli americani sembra pensarla nello stesso modo. Un sondaggio Associated Press-GfK, pubblicato il mese scorso, mostra che il 52% degli intervistati disapprova la politica economica della Casa Bianca, contro un 45% che invece si dice d’accordo.

Nelle prossime ore il governo americano prenderà altre misure rivolte all’elettorato working-class. Per esempio un reclamo contro la Cina al Wto per le regole imposte da Pechino sulle auto di fabbricazione Usa. Ed è probabile che l’amministrazione enfatizzerà al massimo i pochi dati positivi presenti nel rapporto di queste ore del Labor Department: la lieve crescita delle ore lavorative settimanali (34,5 ore a giugno, contro 34,4 a maggio); o l’altrettanto lieve crescita del salario medio (23,50 dollari all’ora, 6 cents in più rispetto a maggio). Si tratta però di dettagli, che non modificano il dato generale di un’economia che lascia milioni di persone senza lavoro e che nei prossimi mesi prevedibilmente non si riprenderà (la stessa FED ha ridotto a un tasso tra l’1,9 e il 2,4% le aspettative di crescita per il 2012). Tutte notizie poco incoraggianti per la campagna di Barack Obama.