Piove su Città del Messico. Piove a dirotto sulle migliaia di persone che dal primo luglio scendono in piazza a denunciare le porcate di queste elezioni.

Diluviava ieri sotto al monumento alla Revolución quando ventimila persone si coprivano come potevano, a gridare che “né il vento né la pioggia ci fermeranno”, a sfidare quello che è stato designato da tempo come il nuovo presidente, Enrique Peña Nieto.

Il conteggio non è finito, e in questi due giorni si sono scatenate decine di migliaia di persone a denunciare abusi, violenze, minacce, aggressioni, irregolarità, di un processo elettorale definito in modo troppo leggero “trasparente” e “democratico”.

Di democratico e trasparente l’elezione messicana non ha nulla. Come sostengono i ragazzi del movimento #YoSoy132, che insieme a molti cittadini comuni hanno vigilato sulle elezioni, facendo foto ai cartelli riassuntivi di ogni seggio per confrontarli con i dati ufficiali dell’Istituto Federale Elettorale (IFE). E risulta che i dati non coincidono.

Le testimonianze di centinaia di persone che con i loro cellulari e macchine fotografiche hanno ripreso e condiviso su tutte le reti sociali, a costo anche di essere aggrediti e picchiati, militanti del Pri dare fuoco alle urne per impedire il conteggio definitivo.

Milioni di voti sono stati comprati con denaro in contanti, in tutto il paese. Denaro e ricariche del supermercato da spendere dopo le elezioni. È doveroso chiedersi la provenienza di tanti milioni di pesos cash, quando solo pochi individui in questo paese di narcos dispongono di tanto contante.

Sono centinaia le denunce di aggressioni e intimidazioni in tutto il Messico.

Ieri Andrés Manuel López Obrador, il candidato della coalizione di sinistra, ha dichiarato la presenza di moltissime irregolarità nel processo elettorale e attende lo scrutinio definitivo.

Ma la cosa più interessante è la mobilitazione della società civile, che ripudia il nuovo presidente e il processo elettorale. È confortante vedere come in Messico si respiri una presa di coscienza, soprattutto tra giovani e studenti, che non accettano le imposizioni di una classe dirigente ancorata all’autoritarismo del Partido Revolucionario Institucional (Pri), che dal 1929 ha messo in atto quella che in America latina è conosciuta come la “dittatura perfetta”.

Continua a piovere su un Messico che è devastato dalla violenza, dagli omicidi, dai sequestri e dal dominio del narco, legato a doppio filo con una classe politica corrotta a tutti i livelli.

Si attende il 4 luglio, data in cui si saprà quali saranno le prossime mosse di López Obrador e dei movimenti. Ciò che si conclude da queste presidenziali è che la democrazia non si manifesta nel rito elettorale ma nella partecipazione dei cittadini che alzano la testa e tentano di riprendersi il loro paese.