Bloomberg è uno dei media più letti nel mondo, ma da venerdì scorso in Cina è censurato. La ragione, almeno secondo il comunicato rilasciato dalla stessa testata, è da ricercarsi in un dettagliatissimo articolo – guarda caso uscito anch’esso venerdì scorso – che indaga e mette in luce il giro d’affari di Xi Jinping, attuale vice presidente e con ogni probabilità futuro presidente cinese, e della sua famiglia.

L’articolo rivela che la famiglia allargata di Xi Jinping detiene interessi e commerciali in importanti aziende che si occupano di terre rare, mercato immobiliare e telecomunicazioni, il cui un valore totale si aggirerebbe sui 300 milioni di euro. Bloomberg non denuncia frodi, né comportamenti illegali da parte di nessuno dei famigliari, ma quel che salta agli occhi è che queste informazioni non sono pubbliche. Nessun asset è riconducibile al vicepresidente, a sua moglie – la cantante dell’Esercito di liberazione che è stata recentemente accostata dalla stampa europea a Carla Bruni – o a qualcuno dei suo familiari – generi inclusi. Né c’è traccia di nepotismo nelle sue azioni. Gli investimenti portati alla luce da Bloomberg e regolarmente documentati in archivi di migliaia di pagine, sono nascosti al pubblico da aziende costruite – è il caso di dirlo – come scatole cinesi, restrizioni governative e – in qualche caso – dalla censura online.

Ma il fatto stesso che il sito di Bloomberg sia stato bloccato il giorno stesso dell’uscita di questo articolo mostra quanto il governo cinese sia sensibile a mostrare la ricchezza delle proprie élite. Questo tipo di informazioni non deve circolare sulla rete cinese, nella maniera più assoluta. E questa volontà è dimostrata dall’assenza totale di riferimenti alla testata giornalistica o agli averi del vicepresidente Xi. Non vi è traccia di discussioni nemmeno su Weibo, il twitter cinese, e il nome di Bloomberg è completamente scomparso, come anche il suo nome cinese, o la sua forma abbreviata. Sul web cinese, nessuna traccia collegabile a questa storia: anzi, alcuni account su Weibo, il twitter cinese, sarebbero stati rimossi, dopo aver “postato” il link al sito di Bloomberg.

Il punto è che trent’anni di smodata crescita economica hanno costruito in Cina un divario tra ricchi e poveri che, secondo le stime dello stesso Fondo monetario internazionale, è il maggiore tra tutti i paesi asiatici. E che lo scontento popolare cresce ed è sempre più diretto verso i privilegi e la corruzione dilagante. Le indagini sul patrimonio di Bo Xilai e famiglia (poco più di cento milioni di euro) hanno portato alla rovinosa caduta di quello che veniva fino a qualche me fa considerato l’astro nascente della politica cinese e alla sua inedita epurazione dal Partito. E a quattro mesi dalla transizione alla quinta generazione di leader, il potere non è mai stato così in difficoltà: scandali, rivolte, spaccature interne, corruzione dilagante e crisi economica mondiale non fanno certo pensare a un passaggio indolore. Nove persone – o forse solo sette, stando alle ultime indiscrezioni – andranno a occupare la stanza dei comandi, persone che avranno presumibilmente per i prossimi dieci anni il potere di costruire il futuro di una nazione che è la seconda economia mondiale e che conta un miliardo e mezzo di abitanti. Basta questo per immaginare cosa succederebbe se si cominciasse ad indagare sulla formazione delle fortune del futuro presidente, ancora oggi ricordato perché – nel lontano 2004 – disse: “Tenete a freno mogli, figli, parenti, amici e collaboratori. Giurate di non usare il potere per il vostro tornaconto”. di Cecilia Attanasio Ghezzi