L’idea di una nuova partita dell’Italia, questa sera, mi rende insofferente. Non euforica, non allegra, non elettrizzata (come sono la maggior parte delle persone incontrate per strada in questi giorni). Ma dubbiosa, guardinga, retoricamente perplessa. Sono andata a cercare dentro di me una spiegazione a questa sensazione, e ho capito di essere soprattutto priva di difese. Ecco, per questi Europei 2012, non ho armi a disposizione per combattere contro le mille informazioni che ci sono arrivate dai media che seguono l’evento.

Seguo le partite dal computer (sono tra le 850mila persone che lo fanno in questi Europei), e puntualmente le azioni sono ritardate di due minuti rispetto ai vicini di casa. Durante i rigori di Italia-Inghilterra non sapevo interpretare le urla e gli schiamazzi provenienti dalla finestra, e l’angoscia di non sapere cosa stava accadendo, con le immagini che rimanevano lentamente inchiodate sui giocatori che sistemano la palla dal dischetto, si aggiustano i capelli, prendono la rincorsa, e poi f-i-n-a-l-m-e-n-t-e c-a-l-c-i-a-n-o (mentre fuori sentivo già porte che si chiudevano, cani che abbaiavano, antifurti che partivano, macchine che sgommavano, albe, tramonti, settimane che scorrevano, stagioni che si alternavano, gente che invecchiava e altra che nasceva, nuove generazioni a cui veniva insegnato il significato del calcio, eccetera così), dicevo: in quei due minuti che hanno portato al tiro di Diamanti, mi è passato davanti il mondo, e il significato della vita. E io, impotente, non potevo fare altro che aspettare.

Ecco, l’attesa è quello che lega insieme tutte le vicende di questi giorni, legate agli Europei e al calcio: si può solo aspettare, e basta. Aspettiamo l’esito di alcune sentenze. Aspettiamo che gli attaccanti segnino. Aspettiamo che qualche giocatore faccia coming out. Che Cassato dica un’altra scemenza. Che Balotelli inveisca contro qualcuno. Che Balotelli sorrida. Che Balotelli faccia qualche danno la sera in giro per le strade. Che le telecronache della Rai diventino all’improvviso interessanti, o meno noiose, e non facciano rimpiangere i mondiali fatti da Sky (per dire: la punta di diamante dei commentatori è D’Amico, mentre per la finale di Champions in studio Sky aveva Vialli, Rossi, Capello e Ancelotti).  

Mentre fuori, esiste un mondo sportivo diverso, che si sta preparando per le Olimpiadi. Ecco, avvicinare gli atleti degli altri sport, in questi giorni, mi ha fatto fare pace con la professione. Ho incontrato Aldo Montano, alle prese con il recupero dall’infortunio. Ho incontrato i nuotatori: Valerio Cleri (uno che fa 25 chilometri in mare aperto, uno che non ha paura di niente, “non mi spaventano le navi che mi vengono incontro, quindi di cosa dovrei aver paura”), Filippo Magnini, la Pellegrini (“Resto ancora un pochino in acqua (erano passate due ore e mezzo di allenamento), perché voglio riprovare un movimento”). Ho incontrato la nazionale di beach volley femminile (se seguite il mio blog, troverete tutto eh…). Sportivi, persone, di un altro pianeta: che portano avanti valori semplici, positivi, legati prima di tutto alla grande passione di praticare uno sport dalla mattina alla sera.

Anche se il calcio, è vero, ha anche tante altre storie da raccontare. Ma, forse, la voracità di volerne leggere di più, e ogni giorno, mi fa sentire insofferente. Perché non ci arrivano. Perché la valanga di informazioni inutili che hanno sempre più eco, ormai non bastano. Ok, evviva il cucchiaio di Pirlo, ricordiamo quanti ne ha fatti, e chi lo ha fatto prima di lui, e meglio di lui, e quanti ne farà, e facciamo una statistica su chi potrebbe fare un cucchiaio in base alla conformazione del piede, e pure una che ci dica quanti cucchiai hanno portato a vincere una partita. Ma chissenefrega. Per dire.

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